Adinolfo Bereguardo – Il fuoriuscito

Adinolfo Bereguardo
Il fuoriuscito

A diciott’anni, Bereguardo fu «[…] folgorato dall’idea che per essere d’aiuto all’umanità sofferente avrei dovuto studiare medicina e che il mio compito sarebbe stato di debellare il grande flagello del cancro» (p. 1).
Questa è la sua vita come ce la racconta lui stesso, fino a tempi più o meno recenti (ma mi pare che ne manchi un pezzo).

Nonostante Bereguardo sia evidentemente un uomo fuori dell’ordinario, la sua vita non ha proprio niente dello straordinario. Qui abbiamo raccontata la vita da studente, le rivalità che subito si manifestano tra i più attenti alla carriera futura (e con una sua ingenuità, Bereguardo cede a un compagno ambizioso la sua parte di laurea di ricerca, riducendosi per necessità a metterne assieme una compilativa); la tesi di laurea di fronte a professori per niente interessati, i primi lavoretti perlopiù non pagati. Soprattutto il suo idealismo, che pur attenuato nella pretesa originale di «essere d’aiuto all’umanità», e accompagnato da una certa dose di ingenuità, lo spinge in zone oscure della sua professione (un sanatorio di incurabili) e a inseguire obiettivi non raggiungibili, perlomeno in Italia.
E infatti il nostro torinese a un certo punto se ne va in America, dove trova un ambiente altrettanto competitivo, ma anche una vera attenzione per la ricerca, per la conoscenza applicata alla risoluzione dei problemi, e un clima democratico di contro all’ossequiosità nei confronti dei potenti all’interno degli ambienti universitari italiani. Trova anche un mondo che lo esalta nelle piccole cose: «Ristoranti, steak house, birrerie erano aperte e piene a tutte le ore, si mangiava quel che si voleva e quando si voleva […] Quel poter entrare in un locale in un qualunque momento della giornata e ordinare ciò che saltava in mente, […] proprio l’assenza di costrizioni e regole nelle quali la mi esistenza era stata avviluppate fino ad allora mi diede la sensazione di entrare in una nuova era di libertà» (pp. 55-56).
Negli Stati Uniti le sue ricerche sono apprezzate, il numero delle sue pubblicazioni aumenta. Vorrebbe tornare in Italia con la sua bella di Trieste, che nel frattempo lo ha raggiunto e dopo una disastrosa esperienza come commessa ha trovato il modo di studiare alla locale università. Ma in Italia non lo vogliono, e poi suvvia, le pubblicazioni sono in inglese, chi mai legge l’inglese in Italia – non valgono niente.
Così Bereguardo cerca altrove, in un nuovo istituto di ricerca francese. Forse gli converrebbe restare in America, dice, tuttavia alcuni aspetti della mentalità americana non lo convincono. Uno e soprattutto: come è possibile che il suo capo, Spencer, faccia ricerca per curare il cancro o prevenirlo, e nel contempo sia consulente di alcune multinazionali proprietarie di quelle fabbriche che il cancro lo provocano? È un conflitto quello tra i due che non trova soluzione. Oggi possiamo inquadrare facilmente e con minore severità la posizione di Spencer, ma è comprensibile come negli anni Sessanta un giovane italiano tutto d’un pezzo non riuscisse ad accettare quello che vedeva come un compromesso dai caratteri disonesti.
La biografia continua sullo stesso tono, con la rinnovata doccia fredda del trombonismo europeo (chi lo intervista per l’assunzione sgrida Bereguardo perché si è permesso di rivolgerglisi con il tu, una democrazia tra pari inammissibile) e il percorso di Bereguardo tra nuovi successi e difficoltà.

Come biografia è una bella biografia. Ma con tutta la migliore volontà non riesco a trovare un solo motivo per pubblicarla. Bereguardo non è così famoso da attirare l’attenzione di ammiratori che vogliano conoscerlo meglio. E neppure il suo percorso scientifico ha caratteri di fascino o bellezza tali da meritare d’essere seguito nei dettagli.
È anche vero che proprio questa semplicità è il merito del libro, con momenti che quasi creano imbarazzo nel lettore, come la storia del primo amore di Bereguardo, il suo primo bacio con Irene, una ragazza che l’avvisa che probabilmente non saprà aspettarlo a lungo – e infatti sposerà infine un altro, incinta.
La goliardia dei compagni di corso, i semplici fatti di chiunque descritti come piccoli tesori: «[Andrea] [s]edeva al piano e suonava qualunque motivo uno gli chiedesse. Se non lo conosceva chiedeva di cantarglielo o fischiarlo e questo gli bastava per riprodurlo sulla tastiera» (p. 9) – una serie di descrizioni che per la loro ingenuità afferrano l’attenzione del lettore.
Una «storia semplice» tra tante, quindi. Ma troppo privata. Qui e là emergono spunti più ampi, per esempio riguardo alla Fiat: «Dovevo fare delle visite periodiche [agli operai Fiat], prendevo in mano le cartelle e facevo domande. Sentendo il fegato ingrossato domandavo quanto beveva. “Oh, il solito” era la risposta e il solito girava attorno a un fiasco al giorno. “Solo la domenica qualcosa di più”. Alcuni erano operai che venivano dalle fonderie, spremuti, esausti, invecchiati precocemente, venivano spostati al Lingotto perché in fonderia non rendevano più. Altri erano venuti da poco dalla campagna ed erano i raccomandati dei parroci» (pp. 44-45) – ma sono quasi incidenti di percorso.
Anche la ricerca sul DDT, la prima svolta dopo i dubbi sulla nocività dell’insetticida, scorre in secondo piano rispetto alla vita quotidiana di Bereguardo, le sue beghe di soldi, con la fidanzata, con l’Italia e così via.

Un bel racconto ma non importante. Per alcuni aspetti ricorda i libriccini di Musatti sulla propria vita – anche lì con accenni all’università, alla ricerca, alle prime scoperte in campi inesplorati in Italia. Ma Musatti era sì un uomo semplice e geniale come Bereguardo, sebbene in altri campi, ma possedeva in più il senso della teatralità, la capacità narcisistica di trasformare in storia generale un proprio piccolo fatto personale (per esempio, anche Musatti parla spesso dei propri amori, delle proprie mogli).

Qui il racconto rimane quello che è, suscitando simpatia e un po’ di partecipazione. Ma è subito dimenticato.


Andrea Antonini

(26 novembre 2002)
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