Charles Palliser – The Unburied

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Ciao,

The Unburied, di Charles Palliser. Courtine, assistente di storia a Cambridge, si reca a Thurchester, su invito di un suo compagno di studi – Austin – che ha abbandonato vent’anni prima la carriera universitaria e si è rifugiato in questo paese buio e nebbioso. Siamo nel 1880. Oltre che per l’amico, Courtine va a Thurchster anche per cercare un manoscritto medievale che proverebbe certe sue teorie storiche (ti prego di lasciarmi omettere la faccenda, che pure importante, è piuttosto complicata!).
Austin ha una vecchia colpa, di avere vent’anni prima presentato alla moglie di Courtine un suo amico, favorendo il tradimento di quest’ultima. Il rapporto tra i due è teso. Austin abita in una vecchia e sgangherata casa adiacente la cattedrale; i suoi comportamenti sono strani, con sbalzi di umori, incubi notturni ricorrenti; la nebbia e il freddo rendono l’atmosfera greve. Alla ricerca del manoscritto Courtine entra in contatto con il bibliotecario di Thurchester e con i suoi assistenti, viene a conoscenza delle beghe del consiglio pastorale della cattedrale (o era il capitolo?), ascoltando le conversazioni al bar viene a sapere i principali pettegolezzi del paese.
Proprio in quei giorni ci sono lavori in chiesa, fino a notte. Si sta spostando l’organo perché sia più comodo per il coro – contro ogni buon senso storico.

Il manoscritto: c’è, ma il bibliotecario invidioso vuole trovarlo per primo e manda fuori strada Courtine; venuto per caso a sapere dell’inganno, Courtine cerca al posto giusto e lo trova il documento. Ma – per farla breve – le cose andranno in modo tale che non potrà prendersi il merito della scoperta, e dovrà per così dire fare a metà con il bibliotecario che, sebbene sia uno storico dilettante, riesce a venire a capo del mistero filologico, contraddicendo le speranze di Courtine e nel contempo spiegando un’altra faccenda medievale.

Un antico misterioso omicidio verrà compreso grazie a un incidente durante i lavori in chiesa, sotto una lapide si troverà il cadavere di un uomo sepolto vivo.

Courtine viene a conoscenza di una iscrizione dentro un cortile che potrebbe ben essere relazionata alle sue ricerche. Mentre tenta di leggerla viene sorpreso dal padrone di casa, che lo invita a prendere un tè con lui – sorpresa di tutti, perché il padrone di casa, Stonex, è noto per la sua eccentricità, per la sua avarizia e soprattutto per la sua scontrosità. Stonex è molto ricco, ed è proprietario della banca locale. Alla sua morte i suoi averi dovrebbero andare alla chiesa.

Il giorno precedente l’appuntamento, l’amico di Courtine lo informa che il tea party è stato anticipato, ed è per quella stessa sera. Come fa Austin a saperlo? I due si recano da Stonex, il quale in contrasto con quanto raccontato dalla gente, ha la casa in uno stato di estremo disordine. Stonex spiega il caos con la foga del ritrovare un documento storico interessante, sul quale converseranno. Poco dopo l’incontro, Stonex viene trovato ucciso, strangolato e con il volto irriconoscibile per i numerosi colpi d’ascia. Dell’assassinio viene incolpato Perkins, un giovane che è stato visto recarsi alla casa di Stonex, e nella cui abitazione sono state trovate delle prove giudicate inconfutabili.

Ma è Stonex l’ucciso? Nella seduta preliminare in cui si deve decidere se rinviare Perkins a giudizio, il medico afferma che l’ora della morte deve essere senz’altro precedente a quella in cui Perkins si è recato alla casa, ma non viene ascoltato. Per parte sua, Courtine, che non crede alla colpevolezza del giovane, espone interessanti teorie su quanto può essere successo e sui possibili colpevoli. Il sergente gli dà credito, ma la cosa finisce lì, e Perkins viene rinviato a giudizio – si suiciderà in cella poco più tardi.

Devo dire che fin qui la trama, appoggiata a una bella scrittura, è piuttosto avvincente, anche se costruita su elementi tipici, letti mille volte e ancor di più visti in film classici e televisivi. È a una ottantina di pagine dalla fine che il libro perde colpi.

Dopo l’udienza Courtine corre a casa dell’amico per recuperare i bagagli e andarsene in albergo. Trova del materiale compromettente e lo ruba. Uscendo vede Austin con un amico (uno dei tanti personaggi centrali e collaterali) in affettuosi e inequivocabili atteggiamenti. Austin, il suo amico e probabilmente altri sono coinvolti nel mistero.

Courtine comincia a rendersi conto di essere stato usato, doveva testimoniare che Stonex era vivo, doveva coprire le malefatte di Austin. Si reca a cena dal bibliotecario, che gli offre di condividere la scoperta del manoscritto, lui come autore e Courtine come curatore dell’opera che potrebbe venire finanziata dal consiglio pastorale se… ecc. Il bibliotecario viene improvvisamente chiamato fuori casa e Courtine rimane solo con la moglie, alla quale racconta tutta la sua vicenda amorosa di vent’anni prima. La moglie offre consigli che gli permetteranno di superare il suo dolore e di aprirsi a una nuova vita (frase banale, ma è così).

Spero che quel poco che ho descritto renda vagamente la trama. Il libro è scritto bene, le atmosfere sono rese perfettamente e – ripeto – anche se gli ingredienti sono classici – ma diciamo pure triti e ritriti – Palliser riesce a mantenere la tensione nonostante le molte pagine. Mi lascia molto perplesso e insoddisfatto l’epilogo. Avevo apprezzato molto l’assenza nel racconto di donne o comunque di prevedibili intrighi amorosi, e proprio alla fine la faccenda dell’omosessualità dell’amico mi sembra una boiata. Anche la spatafiata finale sull’amore perduto, con dissertazioni vagamente psicologizzanti (la ricerca inconscia della sofferenza, il lutto da affrontare – temi oltre tutto anacronistici) è davvero un errore. Non per forza era necessaria una bella spiegazione piana, con l’accusato liberato ecc., ma non capisco perché l’autore, così elegante nella scrittura e certamente in grado di trovare soluzioni adeguate al crescendo, non abbia preferito un finale anche aperto, ma senza questa caduta di stile e di tensione.

C’è poi un Editor’s Afterword che si unisce all’Editor’s Foreword. In effetti, il racconto di Courtine è un resoconto scritto pochi giorni dopo gli avvenimenti e destinato a essere aperto solo quindici anni dopo la sua morte. L’editor, che al tempo dell’omicidio era un bambino e frequentava la casa di Stonex, ed era a conoscenza di fatti rilevanti che però non aveva avuto il coraggio di rivelare, entra in possesso del diario e unendolo ai propri ricordi ricostruisce come sono andate le cose. C’è anche una fiaba, che è quella letta da Courtine una notte nella casa di Austin.

Insomma, questo finale non lo mando giù. Ma ti pare che dopo cattedrali, cori, manoscritti medievali, dotte conversazioni, omicidi con eredità, suicidi, l’apice del libro sia una conversazione tipo: «Non è per sua moglie che deve concederle il divorzio, è per lei, perché lei, Courtine possa rifarsi una vita»? Già, ma se fosse questo il bello? (Frase dovuta, ma non credo proprio).

* * *

Mi sono preso anche il pomeriggio per pensarci su. La parte finale proprio non va, e questo fatto unito alla mole e al gusto del pubblico rende inevitabile il lasciar perdere. Però terrei d’occhio Palliser.

Andrea

(senza data)
copyright © Andrea Antonini