Christa Hein – Blick durch den Spiegel

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Ciao,

ecco la scheda sul Blick durch den Spiegel di Christa Hein. Come vedi giudico bene questo libro, ma non posso dirmi convinto. La sua qualità è nella descrizione della protagonista, nella scrittura, che però non so quanto vendibili. La vicenda tende a svanire subito, Sophie e le atmosfere che l’accompagnano rimangono con un senso di realtà. Non posso dire di no, ma neppure di sì.
Non appena si trova un testo decente scatta l’entusiasmo, ma si riaccende anche l’attenzione per il dettaglio, l’attenzione critica alza il livello di soglia. Qui poi il numero di battute non aiuta. La scrittura è modulare e rispecchia forse una non freschezza di ispirazione (insomma, va bene la tecnica, ma anche un po’ di genialità ci vuole).
Per farla breve, vorrei che lo guardassi.

Siamo a Riga, all’inizio del Novecento. Sophie insegna matematica al politecnico e vive in una bella famiglia. La sorella, Corinna, è sua amica e consigliera. La vita sembra scorrere serena, quando Sophie incontra e sposa Albert. Con lui fa dei viaggi e anche su sua spinta rivolge la propria attenzione alla fotografia, una sua passione che ora forse potrebbe diventare una professione. Con le idee ancora poco chiare finisce con il perdere il posto di insegnante per la prolungata assenza e si trova improvvisamente nella posizione di moglie e poi madre. Moglie oltretutto lasciata sola dal marito, richiamato dalla marina e inviato nella lontana città cinese di Port Arthur.
Incoraggiata dalla sorella, Sophie decide di raggiungere il marito: «[…] eine solche Reise wäre einer der Höhe punkte in meinem Leben, Ich bin eben geborene Hausfrau» (p. 108). Durante il viaggio incontra un giornalista americano – Charles – con il quale scambia un unico bacio – ma che bacio. Il viaggio è anche un percorso psicologico per Sophie, che giunta a Port Arthur non riconosce più il marito, si rende conto di non volerlo più. Gli deve confessare il bacio, che tende a minimizzare, e sa che una donna che è con lui, Johanna, gli è molto vicino («Albert […] mit Johanna sprach. Die beide lachten schon wieder. […] So ausgelassen und fröhlich hatte [Sophie] lange nicht mehr erlebt» [p. 250]). Gli eventi bellici precipitano, Sophie deve ripartire in tutta fretta. Alla stazione di Riga l’aspettano Corinna e la figlia lasciata quando aveva sei mesi. Passano mesi di silenzio dall’oriente, le linee di comunicazione sono interrotte. Infine Albert, che era anche stato fatto prigioniero, torna a Riga, ma è tutto finito. Passa del tempo, la bambina cresce, c’è la guerra mondiale, la rivoluzione.
Sophie alla fine andrà a New York, da Charles, con la sua nuova professione di fotografa, abbandonando tutto il suo passato.

La trama è più o meno tutta qua. Non succede molto altro da un punto di vista macronarrativo. La fotografia, messa al centro dai risvolti di copertina è sì importante, ma in realtà è uno di tanti elementi (Albert spinge Sophie a fotografare, ma è a Charles che interessano le sue fotografie). I fatti storici sono punti di riferimento, le faccende di spionaggio, piani segreti eccetera scorrono parallele. Il viaggio in transiberiana, che nella realtà immagino sia piuttosto lungo, lascia la stanchezza di un volo Roma-Milano, la figlia di Sophie nel suo essere un elemento quasi accidentale del racconto funziona molto bene.
Questa è un’opera di difficile valutazione. La Hein è una brava scrittrice, ma non è una grande – è comunque molto più brava di quanto i risvolti di copertina farebbero supporre.

Sophie è una figura interessante, molto ben costruita, così come lo è sua sorella. I personaggi maschili non sono così ben descritti, ma non credo per una carenza dell’autrice – e qui arriviamo a un punto critico. Non si può fare a meno di percepire una vaga polemica dell’autrice nei confronti degli uomini. Sophie è forte, sua sorella in gamba, sua madre comunque una vittima. Albert risalta da subito come un mediocre, il padre di Sophie – che è una figura deliziosa – riceve a metà una stoccata incomprensibile. Anche Charles è stinto e comunque per permettergli di essere l’unico uomo con un qualche successo del libro, l’autrice lo fa appartenere a un altro mondo, l’America. Non so se la polemica sia furbescamente commercialmente voluta o se sia solo uno strumento per rafforzare la possibilità di identificarsi con la protagonista (lasciando Port Arthur Sophie si rivolge a Johanna: «“Und”, flüsterte sie kaum hörbar, “paß mir gut auf Albert auf”» [p. 320] – sembra che Johanna esista solo per questa scena, vecchio luogo comune della solidarietà femminile) – o se c’entrino questioni personali della Hein (come suggerisce il secondo risvolto di copertina). È in effetti un po’ difficile far passare per vittima dei maschi la Sophie docente al politecnico all’inizio del secolo e che quando decide di farsi un viaggetto sulla transiberiana parte e va. Piuttosto, la sua libertà di pensiero, le sue molte possibilità intellettuali (e pratiche) rendono la lettura appagante. L’atmosfera è appunto un po’ da telenovelas: a Riga nessuno lavora e si ha la sensazione che la città sia popolata solo da studenti, operatori di borsa e uomini d’affari. Tutta gente libera.
La fotografia, che è per Sophie un’alternativa, il suo riscatto, non cancella comunque il rimpianto per l’aver lasciato la matematica, che ricompare qua e là in tutto il libro.
Il libro è ben costruito e non cade quasi mai di livello tecnico. La scrittura è preziosa, con descrizioni minute ma non faticose degli ambienti, dei profumi, dei colori. La descrizione psicologica dei personaggi è buona e indiretta.
Corinna è un po’ luogo comune letterario, ma pazienza. Non una sola riga è volgare.

Insomma, una storia che appassiona e si legge in un pomeriggio, ma che non riesce a vivere del tutto di vita propria.
Andrea
(3 gennaio 1998)
copyright © Andrea Antonini