Così vuoi pubblicare un libro?

Da editore ricevevo ogni giorno orribili manoscritti. Stufo e anche un po´ schifato pubblicai allora questa breve nota sullo scrivere libri. Oggi che l´editoria italiana si è dissolta, queste informazioni non hanno comunque più senso. Lasciate perdere i libri, datemi retta.



Così vuoi pubblicare un libro? (Sì, va bene, il titolo l´ho copiato da Glenn Gould)

In Italia quasi nessuno legge, ma moltissimi sognano di pubblicare (non di scrivere) un libro.
Le case editrici e le agenzie letterarie ricevono ogni mese centinaia se non migliaia di manoscritti, al 99,9 (periodico) per cento porcherie.

1. In tutte le case editrici generaliste qualcuno legge i manoscritti.
La frase che sempre giustifica l´inevitabile fallimento dei quel 99,9 (periodico ) per cento di aspiranti scrittori che non ricevono neanche risposta dalla casa editrice cui hanno mandato il loro manoscritto è: “Be´, ma per farsi pubblicare bisogna conoscere qualcuno”. Non è vero. Le case editrici leggono o perlomeno danno un´occhiata a tutti i manoscritti che arrivano. Almeno nel 70 per cento dei casi, la prima riga è sufficiente a capire che ci si trova di fronte a un disastro; nel 27 per cento dei casi si arriva alla stessa conclusione dopo la prima pagina, e nel restante 3 per cento, qualcuno legge le prime dieci pagine, e se sono buone il manoscritto passa a un lettore professionista che se lo leggerà tutto.
Le case editrici hanno tutto l´interesse a trovare buoni inediti, o perlomeno inediti che possano vendere qualche copia. Se quindi le case editrici cui avete scritto non vi hanno neanche risposto, valutate la possibilità che il vostro manoscritto faccia schifo.

2. I parenti e gli amici sono la rovina degli aspiranti scrittori.
Di solito funziona così. Il tizio (gli aspiranti scrittori sono quasi sempre uomini) ha da parte dai tempi del liceo un racconto, o poche o tante poesie, o un saggio su qualche fatto storico minore analizzato da un punto di vista marxista/liberale/keyinisiano, eccetera. A un certo punto, stufo marcio di fare il bancario o qualsiasi altro lavoro che peraltro fa benissimo (cfr. Il principio di Peter), dà da leggere con falsa timidezza quel vecchio manoscritto alla fidanzata, alla moglie, a qualche amico. Tutte persone che inevitabilmente gli diranno: “Be´, ma è bello, perché non lo riprendi, magari potresti pubblicarlo”.

Essendo la vanità umana quella che è – e il lavoro di bancario di una noia spaventosa (meno noioso di quello di scittore, però) -, il poveretto comincia a rimuginare su quell´idea, mentre parenti e amici continuano a sostenerlo, sottolineando che magari non diventerà uno scrittore famoso, ma perché non tentare?
Così il poveretto ci si mette, sera dopo sera, e ogni cinquanta pagine dà il manoscritto da leggere ai soliti parenti e amici, i quali pur di toglierselo dalle palle gli dicono che “guarda, non è male, davvero”. Finché il tapino ormai certo di essere un eccellente scrittore non decide che è tempo di mandarlo a una o più case editrici.

3. Il mito di Mondadori.
Il primo editore a cui quasi tutti gli aspiranti scrittori pensano, è Mondadori. Ho visto gente con un passato (e un presente) da altissimo e crudele dirigente avvilirsi e umiliarsi pur di avere un minimo aggancio alla Mondadori, qualcuno che possa dire al caporedattore di turno: “Guarda, arriva un manoscritto di Tizio, dagli magari un occhio”.
Mondadori non solo è un editore come tutti gli altri, non ha cioè interesse a pubblicare libri invendibili, ma è anche la peggior scelta per un esordiente che non abbia alle spalle premi letterari o enormi investimenti promozionali. Perché quello che gli aspiranti scrittori non sanno e soprattutto non vogliono sapere è che è più facile vendere un migliaio di copie con un piccolo editore che venderne anche solo cento con Mondadori.
Qui entra in ballo la pollitica editoriale italiana, di cui parlo altrove. Ora basti sapere che ogni anno sono pubblicate migliaia, decine di migliaia di novità che non arrivano neanche alle librerie, e che sono mandate al macero un anno o due dopo l´uscita. Lo scrittore senza arte né parte che per qualche motivo sia riuscito a farsi pubblicare da un grosso editore, quasi certamente non venderà una sola copia e finirà per appellarsi a quella clausola dei contratti che prevede che l´autore possa comprare le copie non vendute (tutte) a prezzo di macero. Potrà poi esibirle in casa mostrando di essere stato un autore Mondadori.

4. Perché non funziona.
Il problema della maggior parte degli aspiranti scrittori è che non hanno niente da dire, ma cercano di dirlo bene, dove “bene” significa una scrittura bene ordinata da terza media. Se uno esce di casa e sovrappensiero si mette a guardare il mare, e magari c´è vento, quasi certamente l´aspirante scrittore dirà che “Alfredo scostò l´uscio, scivolò rasente lo stipite e con fare pensieroso prese a scrutare l´orizzonte misterioso dove già si addensavano le veloci nubi di un temporale che l´avrebbe raggiunto di lì a poco”.
La gente, di media, non ha fatto nella sua vita esperienze uniche, non ha visto posti incredibili, non ha avuto intuizioni che non siano già passate per la testa di milioni di altre persone. E infatti tutte le trame parlano di turbamenti adolescenziali, di storie d´amore, di viaggi (alla ricerca di se stessi), eccetera. Non è un male di per sé, ma va tenuto presente.
Purtroppo, quasi sempre anche chi abbia qualcosa da raccontare ritiene che la forma prevalga sulla sostanza, e quello che potrebbe dire bene in cento pagine diventa un malloppo di cinquecento – illeggibile.

5. Come potrebbe funzionare.
L´unico modo per scrivere un libro che possa interessare a una casa editrice e quindi al pubblico, è quello di raccontare a un interlocutore immaginario ciò che si ha da dire, se si ha da dire qualcosa. Raccontarlo esattamente come lo si racconterebbe a un amico facendo due passi, o in un´aula di scuola a un gruppo di adolescenti. Parole semplici, un discorso chiaro senza fronzoli. Molti autori famosi scrivono o scrivevano malissimo, da un punto di vista letterario, ma vendono senza sosta i loro libri, decennio dopo decennio. Questo vale per la narrativa e per la saggistica. Cosa strana, nessuna delle persone cui ho generosamente donato questa regola l´ha mai seguita, e nessuna è mai riuscita a pubblicare il suo libro. Cento pagine sono la lunghezza ideale di un libro, centocinquanta se proprio proprio.

6. I poeti.
Un mio amico, direttore per molti anni di una grossa casa editrice, non rispondeva mai subito al telefono di casa, ma lasciava sempre che partisse la segreteria telefonica per sentire chi stesse chiamando. Un giorno gli domandai come mai fosse così prudente, e lui mi rispose: “E bravo, e se poi è un poeta?”. Al momento non capii quel timore, ma dopo tanti anni non posso che dargli ragione. I poeti sono i peggiori aspiranti autori che esistano.
Vi propongo un esperimento. Scrivete qualcosa di insensato su un foglio, una cinquantina di parole – insensato nel senso che potete mettere assieme dei numeri a ingredienti copiati dalla scatola di fette biscottate a quello che vi pare. Fate righe di cinque parole, andate a capo come capita. E ogni giorno per una settimana leggete quel foglio, magari quattro o cinque volte a voce alta, Già il terzo giorno vi sembrerà un componimento dotato di un certo interesse, di una sua bellezza, e dopo una settimana sarete tutto sommato convinti che è un´opera compiuta, che tipo di opera non si sa, ma è “qualcosa”.
I poeti funzionano esattamente così. Scrivono qualcosa, leggono e rileggono quel qualcosa finché sono convinti che è “qualcosa”, e decidono che hanno qualcosa da dire, anzi l´hanno detta. Anche in quel caso parenti e amici restano stupiti da quella inattesa bravura poetica (perché anche loro si ritorvano a rileggere più volte al giorno quelle righe) e insistono perché il poveretto o la poveretta partecipi a una qualche gara di poesia. E lì inizia il baratro, anche finanziario. Perché se un narratore o un saggista possono sperare di trovare prima o poi un editore, il poeta quasi sempre finisce con il pubblicarsi a proprie spese le proprie porcherie, pagando molte migliaia di euro a editori senza scrupoli. Perché spesso per partecipare ai premi poetici maggiori, l´opera deve essere stata pubblicata da un editore vero, anche se farlocco.
L´unico poeta contemporaneo che ritengo abbia valore è Mario Marenco, architetto e ingiustamente considerato (soltanto) un comico. Le sue poesie sono bellissime, raccontano le vite di armadi, di vicini di casa. Le farei studiare a scuola al posto di quei rompipalle di Manzoni e Carducci, ma non si può.

E quindi?
Scrivere un libro è un modo di comunicare, ma a differenza della chiacchiera da bar o dell´articolo di rotocalco, vuoti ma che stabiliscono un clima comunicativo con un argomento pretestuoso (il calcio, la politica, il tempo, le malattie, l´oroscopo), richiede che ci sia un contenuto. La forma è irrilevante, se voglio leggere la forma leggo Petrarca o Marino, esiste anche un percorso storico della letteratura. I promessi sposi lo hanno già scritto.
Ma il contenuto non può essere qualcosa che l´ipotetico lettore già possieda completamente. Che senso ha raccontare le proprie tristezze amorose standard? Tutti ne hanno. Solo uno su un milione può ancora scovare una angolazione poco frequentata dell´essere piantati dalla morosa.
Certo, il contenuto puo anche essere un´atmosfera, l´idea di un sogno – ma lì bisogna essere molto bravi – e lo scrittore dilettante, per via dellasua scrittura da primo della classe difficilmente può cavarsela.
Sono dell´idea che i migliori autori letterari del Novecento e attuali siano gli sceneggiatori di telefilm. Idee, ambienti, situazioni. Sono talmente bravi che alcune case editrici pubblicano brevi romanzi tratti dalle sceneggiature, e sono belli.

Altrove descrivo terrificanti casi di aspiranti scrittori.