Dante Marocco

Quando fui adottato da don Franco acquisii anche uno zio, don Dante. Abitava nella canonica, credo che fosse solo un inquilino, ma di fatto era il corettore della chiesa di Santa Maria Podone.

Era professore di religione al liceo Vittorio Veneto e cantava nel coro fondato da un altro insegnante, di matematica. Aveva una meravigliosa voce di basso.

Don Dante era un uomo bellissimo e gentile. Gli piaceva fare battute che poteva fare un bambino, dicendole ne cominciava a ridere da solo e i suoi occhi divertiti mi intenerivano. Aveva quel buon umore che spesso nasconde una grande tristezza. Mi voleva bene.

Quando gli domandavo se avesse visto don Franco rispondeva invariabilmente: “Sono forse il guardiano di mio fratello?”. E rideva.

Mi raccontava della sua vita in seminario durante la guerra, a Riva Trigoso, in quei momenti mi accorgevo quanto fosse un uomo colto e del suo universo nascosto. Un giorno girarono in chiesa alcune scene di Piccolo mondo antico, lui rubò una scatola di baffi finti alla produzione e per qualche tempo andammo tutti in giro con baffoni da gendarme austriaco, perpetua compresa. Allora non avrei mai pensato che quelli sarebbero stati tra i momenti più belli della mia vita.

Quando don Franco fu espulso dalla chiesa (e io poco dopo di lui), la gente del quartiere firmò una petizione chiedendo all’arcivescovo di nominare don Dante nuovo rettore, inutilmente. Lui ci restò male. Era già malato di un tumore al polmone e peggiorò. Dovette smettere inutilmente di fumare e senza le sigarette la sua voce di basso si increspò.

Oggi ripenso a quell’ultimo periodo. Eravamo stati insieme per dodici anni tutti i giorni, don Franco, don Dante e io – l’organista. Cacciati da quella chiesa che era stata la nostra casa – io ne avevo anche le chiavi e per far colpo sulle ragazze suonavo per loro di notte – finimmo col non vederci più. Forse era troppo doloroso incontrarsi così, don Dante estraneo tra i suoi vasi di fiori, a servizio di un prete mediocre messo lì chissà perché, io rimpiazzato da un impianto stereo, don Franco esiliato nella chiesa di San Sepolcro poco distante, trattato male dai dottori dell’Ambrosiana che non lo ritenevano degno di vivere sotto il loro stesso tetto.

Un giorno mi telefonò don Franco. Disse: “Tu sai già perché ti chiamo”.

Qualche anno dopo domandai a don Franco dove fosse sepolto don Dante. Lui mi rispose che non c’era bisogno di andarlo a trovare, mi disse di pensarlo e ricordarlo.