David Boyle – The Sum of Our Discontent. Why Numbers Make Us Irrational

David Boyle
The Sum of Our Discontent. Why Numbers Make Us Irrational

Il giornalista economico inglese David Boyle propone un libro interessante, su quella che si potrebbe definire perversione dei numeri: non più strumenti umani al servizio delle persone e delle comunità, i numeri sembrano oggi determinare, influenzare e modificare secondo proprie regole quelle persone e comunità da cui hanno origine.
Il discorso di Boyle è gradevolmente fluttuante. Nella prima parte del libro l=autore propone l´ambiguità delle recenti votazioni americane, con l´impossibilità di stabilire esattamente il numero dei voti attribuiti a Bush; indirizza l=attenzione verso studi statistici ora demenziali (uno studio della University of Michigan ha *revealed that children who don´t exercise and eat junk food tend to be overweight+, p. xiv) ora forse pericolosi (*there are […] whose who think you can change the truth just by changing the statistics+, p. xiv); sottolinea la perdita di contatto con la realtà degli esami scolastici a punteggio; fa notare come nel rapporto tra medici e individui a volte valga di più l=intuizione irrazionale della misurazione strumentale.
Propone di riconsiderare il valore simbolico dei numeri, che oggi capiamo meglio che in passato, avendo però perduto *the ancient art of understanding numbers as beautiful and meaning something beyond themselves, and numbers without souls can have a deadening effect on us+ (p. 5).
Un simbolismo cui già nel medioevo si sovrapponeva il desiderio, probabilmente naturale per l=uomo, di quantificare la vita: *Where would they stop, these medieval calculators? Scholars at Merton College, Oxford, in the 14th century thought about how you can measure not just size, taste, motion, heat, and color, but also qualities like virtue and grace. But then these were the days when even temperature had to be quantified without the use of a thermometer, which had yet to be invented+ (p. 7).
Le prime venti pagine sono una passeggiata tra vari aspetti e dimensioni dei numeri, tra storia dell=importazione dei numeri arabi, con lo zero osteggiato dalla Chiesa (*The Arabic zero was one of the main reasons why the 13th century Church banned non-Roman numbers: Zero seemed to mean infinity and infinity meant God+, p. 8); gli inizi dell=ossessione per il conteggio, con Luca Pacioli (*Pacioli and his spiritual descendants have helped create the modern world with its obsession with counting B and the strange idea that once you have counted the money, you have counted everything+, p. 10); e considerazioni generali (*This is the paradox this book is all about. If we don=t count something, it gets ignored. If we do count it, it gets perverted+, p. 11).

Segue una serie di capitoli vagamente cronologici: Pitagora, poi subito la nascita della statisti­ca con il bislacco Bentham, che si fece imbalsamare con rito pubblico: nel suo tentativo di misurare la felicità, e in generale tutti gli aspetti più intimi delle emozioni umane si lanciò in opere infinite e necessariamente incomplete, d=altronde necessarie per fornire riferimenti concreti alla sua visione utilitarista: *It is the greatest happiness of the greatest number that is the measure of right and wrong+ (p. 15).
E sempre nel solco della statistica, l´invenzione dell´*uomo medio+, in un mondo in cui ancora il contabile era una figura possibilmente lontana dai numeri astratti: *AThe well trained and experienced accountant of today […] is not a man of figures. He is a man of facts and truths, and figures become subordinate and aroused only as a means of expressing such facts and truths@+ (p. 31).

Boyle approfondisce qui alcuni temi forti del libro, relativi alla trasformazione delle scienze di misurazione in scienze di se stesse: *This is how economics transformed itself into econome­trics, psychology transformed itself in behavioral science, and both gained status B but all too often lost their grip on reality+ (p. 33). Un paradosso che ne ricorda altri, come quello per cui *once you start looking at numbers you keep falling over a strange phenomenon, which is that the official statistics tend to get worse when society is worried about something+ (pp. 43-44).
Si tratta per Boyle o di usi maldestri dei numeri o di vere e proprie forzature, anche dolose.
Fino al sesto capitolo il libro prosegue con lo stesso ritmo. Il capitolo 4 parla di Robert Mal­thus, dei suoi calcoli più o meno errati, e dell=uso delle statistiche da parte dei degli stati (*Counting the nation had always appealed to the most imperial rulers because it allowed them to collect tax better. […] But, generally speaking, life before the 18th century was compa­ratively number-free+, p. 48).
Il capitolo 5 affronta il tema del successo: è possibile misurare il successo? Come? Qui il libro dà segni di cedimento. Non tanto perché indulge in amene banalità (uno è ricco, ma se è triste, a che serve? B una banalità banale subito ripagata da un´altra di bell´effetto: *The point is that success and happiness can=t be measured. They just have to be experienced+, p. 75), ma perché si dilunga sul Feelgood Factor, con una tirata su associazioni internazionali che vogliono promuovere il sentirsi bene di contro alla oggettivazione della vita. Un tema ritrito, è vero, ma che nondimeno è sempre attuale [nota 1].

E via così, con la misurazione obiettiva da parte di Frederick Taylor della quantità di lavoro compiuto da un individuo (chi più produce più guadagni).
E soprattutto nel capitolo 7, *Toward an Ethical Profit Line+, un approfondimento di temi economici, come per esempio la differenza tra informazione e conoscenza, quantificabile la prima, non la seconda B ma quanto vale realmente l=informazione di per sé?
Il tema ricorrente di Boyle è la visione antropocentrica B che cosa vale un numero, se l´uomo è assente? O con le parole di Henry Ford: *ABusiness must be run at a profit, else it will die@ he said. ABut when anyone tries to run a business solely for profit […] then also the business must die, for it no longer has a reason for existence@+ (p. 119).

Ora, fino a circa pagina 100 il libro di Boyle mi è sembrato molto buono, per la sua poca metodicità, per la quantità di spunti, di racconti, di idee, di conferme e di proposte. Fino a metà sono stato certo che ne avrei proposto la traduzione.
Ma a partire dal capitolo sul feel good l=autore è come se smarrisse l´ispirazione. Il suo discorso si appesantisce improvvisamente B non è che Boyle perda il filo del discorso, semplicemente cambia registro, con la scusa del numero si ingarbuglia in disquisizioni economiche che appaiono fuori posto. Forse ha bisogno di dare maggiore dignità al proprio libro, in fin dei conti è un giornalista economico e citazioni come *APeople do what you count, not necessarily what counts@+ (p. 40) gli appaiono da controbilanciare. O forse vede collegamenti che a dire il vero in questo contesto appaiono pretestuosi.
Sta di fatto che tutti quei discorsi d=uso immediato B un libro leggero scritto da una persona intelligente B vanno persi. Si prenda il capitolo 10, *Edgar Cahn and the Price of Everything+: grigio, lento, formale. Le promesse dell=Introduzione dimenticate da tempo.

*It=s hard to object to any of these measurements by themselves, but taken together they represent a massive loss of faith in our own judgment, intuition, and trust in other people+ (p. 185). Quello del contrasto tra numero al servizio di se stesso e numero al servizio dell=uomo era un bel discorso, di quei fili conduttori che non solo tengono in piedi un libro, ma lo rendo­no anche facilmente riconoscibile per il pubblico e la critica.
Ma Boyle ha voluto strafare. Libri così, seri ma ameni, si potrebbe dire *per tutti+, non devono oltrepassare un certo confine. L=erro­re principale è stato quello di insistere troppo su determi­nate figure B Keynes, Cahn, ecc. B dimenticando per strada la quantità di quotidiani paradossi economici (e sociali e politici) legati al pervertimento del numero. Solo sulla questione della misurazione obiettiva in psichiatria ci sarebbe da indagare e dire molto B così come su molti dei dati assoluti forniti dai giornali sugli argomenti più disparati, senza mai riferimenti percen­tuali.

Insomma, due libri in uno, il secondo dei quali non vale la pena di pubblicare B quindi il tutto torna purtroppo al mittente.

 

Andrea Antonini
(30 maggio 2002)

[nota 1] *The trouble is that, while medicine and psychiatry are sciences in themselves, they are applied to individuals with their own peculiarities and complex combinations of symptoms. The problems of distinguishing causes from effects in each symptom are precisely the same kind of problem that policy makers or economists have to face as well+ (p. 68).
*Sometimes a single word […] can warn a doctor that symptoms are serious. Computers can=t do that+ (p. 70).
E che dire delle stranezze storiche per cui negli anni Sessanta la ricerca era tutta sui tranquillanti come il Valium e ora tutti sembra che abbiano bisogno del Prozac? Si tratta forse di un effetto da meccanica quantistica: l=osservazione influisce sull=oggetto osservato?
E dopo un secolo, ancora non è chiaro il valore dei testi del QI.