Dylan Evans – Emotion. The Science of Sentiment

Dylan Evans
Emotion. The Science of Sentiment

«Was love invented by European poets in the Middle Ages, or is it part of human nature? Will winning the lottery really make you happy? Is it possible to build robots that have feelings?» sono alcune delle domande cui questo libro dovrebbe dare una risposta, almeno parziale.
Evans s’imbarca in un argomento troppo vasto per così poche pagine, troppo vasto per poter essere presentato a un pubblico totalmente impreparato e forse troppo vasto per lui stesso.
Inizia il suo discorso riducendo le teorie sulle emozioni a due, la prima, ormai superata, quella cultura­le, e la seconda secondo cui buona parte delle emozioni, in particolare quelle principali come rabbia e paura sono innate, fanno parte dello hardware umano, anche se in effetti alcune emozioni hanno base culturale
La distinzione finisce lì, a dispetto di una realtà teorica sull’argomento del tutto fluida e ancora priva di riferimenti certi.
Potrebbe non essere un problema, visto il fine divulgativo di questo libro. È che proseguendo, l’argomen­to comincia a far pesare la sua complessità, e Evans seleziona sembra quasi casualmente dall’immensità delle cose che potrebbero venir dette. Lo fa inoltre con certe insistenze, come se non fosse certo che il lettore possa capire al primo colpo.
Il capitolo 2, «Why Spock could never have evolved» (p. 31 ss.), lascia perplessi. Certo, Spock, l’ufficia­le privo di emozioni dell’Enterprise di Star Trek difficilmente avrebbe potuto evolversi (benché un’anti­ca tradizione filosofica dichiari che le emozioni si oppongono al pensiero – e quindi all’evoluzione); ma Evans manca di spiegare, per esempio, lo stupefacente connubio tra emozioni e sviluppo del pensiero nei neonati e nei bambini piccoli. Non la Klein, d’accordo, ma magari un po’ di Piaget. C’è però un riferimento a Freud, a proposito della teoria catartica, che di certo ha importanza per la storia della psicoanalisi, ma poca utilità nel discorso. Insomma, Evans dovendo fare scelte, non fa le migliori.
Dal terzo capitolo in poi, l’autore perde decisamente il filo, imbarcandosi in discorsi del tipo «i soldi danno o no la felicità?» e via fino alle feste rave. Non è che singolarmente considerati, i fatti e le informazioni che Evans presenta non siano di un certo interesse, ma l’impostazione complessiva è mediocre. Va bene che non è questo un luogo per definire il concetto stesso di emozione (fior di studiosi si picchiano tuttora sull’argomento), ma che senso ha parlare delle emozioni dei computer, delle emozioni nella massa, citare Searle, e così via?

Materiale buttato lì alla rinfusa, qualche spunto e qualche notizia interessanti (magari in bibliografia), ma nel complesso un libriccino mal riuscito. Un libro del genere non può venire costruito come una semplificazione se non una scimmiottatura dei testi specialistici, con nomi, citazioni e bibliografia; può essere solo il prodotto di una persona competente e con idee chiare, che attinge dalle proprie cono­scenze presentando un proprio discorso sintetico, senza preoccuparsi di giustificarlo agli occhi del lettore.
Ovvero, Evans è un pessimo autore divulgativo.


Andrea Antonini

(16 febbraio 2001)
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