Emanuele Catamarano – I passi falsi della scienza

Emanuele Catamarano
I passi falsi della scienza
186 cartelle

I passi falsi della scienza, ovvero quando la scienza, che vorrebbe proporsi o comunque appare alla maggior parte della gente come un accumularsi progressivo di conoscenze «positive», ha ostinatamente e con danno voluto seguire percorsi dai presupposti del tutto sbagliati, ma talmente radicati da non poter venire messi in discussione per decenni se non secoli.

Catamarano porta otto esempi, di interesse diseguale, di cui i migliori, in ordine sparso, sono l’ostinata convinzione che i dinosauri fossero animali a sangue freddo («Il sangue dei mostri», p. 151), l’affascinante storia dell’etere (così mi è sempre sembrata: «La sostanza del cielo», p. 91), la tragica vicenda delle cure pneumotoraciche della tubercolosi («Il male del rimedio», p. 131), e la convinzione che i vermi e altre vite potessero nascere per autogenerazione («L’origine dei vermi», p. 51). Un po’ più deboli gli altri capitoli: sul flogisto («Il peso delle fiamme», p. 11), sulla «scienza» della frenologia («La forma del cranio», p. 31), sull’«Età della terra», p. 71, sul nucleo dell’atomo («Il problema del nucleo», p. 111).

Gli esempi di Catamarano sono interessanti di per sé, ma hanno valore principalmente didattico. Attraverso la presentazione di errori in periodi già considerati scientifici (l’autore non prende in considerazione i tempi preilluministici), si può arrivare a capire, o meglio a prendere coscienza del fatto che al pari della filosofia la scienza non è infallibile, che le asserzioni scientifiche vanno accolte con cautela, senza farsene travolgere in ossequio a un’autorità indiscutibile che le scienze stesse affermano di rappresentare.

Il libro ha una Introduzione e una Conclusione. E ciascun capitolo presenta alla fine alcune considerazioni.

Catamarano si presenta qui come divulgatore, però il suo stile non è dei più accattivanti: è spigoloso, ma soprattutto è arrabbiato, trapela nel complesso un discorso incazzato non si sa bene contro chi o che cosa, una veemenza che non solo rende evidente il non divertimento dello scrittore nello scrivere, ma che affatica il lettore

Ma qui siamo forse nel sentire o nel gusto mio personale.

I presupposti del libro si possono riassumere in queste citazioni:

[…] in contrasto con le tesi empiriste più radicali […], la scienza è anche ideologia: è anche proiezione sul mondo di schemi che troviamo accettabili e attraenti perché ci danno un’immagine accettabile e attraente di noi stessi [pp. 69-70].

Negli otto capitoli di questo libro ho dimostrato che il disaccordo non si limita ai filosofi, ma investe in modo anche più drammatico gli scienziati. […] L’intera comunità scientifica è stata periodicamente illusa da analogie fuorvianti, succube di personaggi autoritari o tradizioni ancestrali, accecata da pregiudizi, dall’ambizione o dalla fretta, ingannata da ragionamenti fallaci [p. 171].

[…] se una qualche forma di fede è probabilmente indispensabile per la nostra sopravvivenza personale e sociale, l’atteggiamento passivo che la fede incoraggia nei confronti dei suoi contenuti è del tutto controproducente in ambito scientifico, e diventa addirittura perverso quando è diretto a risultati del lavoro scientifico stesso – verso i quali sarebbe invece naturale esercitare una critica costante [p. 90].

Farsi domande è il primo passo per mettere in crisi le nostre pratiche ordinarie. Chi chiede conto di quel che capita mostra con questo di non accettarlo, di non acquietarsi in una semplice ripetizione del già visto, del già detto, del già fatto, di porsi ogni abitudine come un problema. Tutti sappiamo che l’autorità non gradisce richieste di questo genere […]. Ogni «perché?» […] è anche un «perché no?», un invito forse implicito ma comunque efficace a vedere e agire altrimenti, a raccontare altre storie, a compiere altre mosse [pp. 172-173].

Qui e là qualche riferimento a Aristotele e Kant, per bellezza.

Questo libro mi risulta particolarmente sgradevole al palato. Di sicuro il tono dell’autore non è dei più simpatici, ma il problema centrale mi sembra un altro.

Gli otto esempi di Catamarano sono mediamente piuttosto interessanti, ma soprattutto sono il libro.

Innanzitutto, facendo uso di quello spirito dubbioso che l’autore auspica, io così su due piedi non potrei sottoscrivere che le cose sono effettivamente andate così come le espone Catamarano. Mi verrebbe voglia di ripercorrere personalmente almeno un paio di queste storie e vedere se effettivamente l’ottusità dimostrata da tante menti peraltro brillanti è vera o vi siano stati altri motivi che abbiano costretto il percorso scientifico a tortuosità, a posteriori, tanto perverse.

Una volta costatata la bontà dell’esplorazione dell’autore, risulta del tutto inutile la tirata alla fine del volume, così come la burla di Sokal descritta nell’Introduzione. Il lettore, senza alcun bisogno delle parole sgradevolmente pedagogiche di Catamarano (tutte le parole pedagogiche sono sgradevoli) sarà perfettamente in grado di integrare nel proprio arsenale di capacità critiche quanto letto, oppure deciderà – un’opzione che Catamarano ammette possibile – che la storia della scienza è anche la storia dei suoi errori, e che può essere conveniente accettarla nelle sue forme attuali accettando anche il rischio che come in passato contenga spaventosi e nocivi errori grossolani.

Catamarano sembra spingere se non verso una sospensione del giudizio, oggi evidentemente impossibile, verso una cautela nel giudizio, se non forse a un’anarchia di pensiero – almeno così sembra di percepire leggendo le considerazioni sui sanatori nel capitolo sulla tubercolosi. Una spinta opportuna, che però il discorso della postfazione sembra volere ingabbiare in un percorso filosofico che puzza di ideologia del senso comune – se non, paradossalmente, di new age.(1)

Cambierei insomma l’impostazione del volume, mantenendo una sobria e gentile prefazione – anche, con qualche aggiustamento, quella già presente – che dia il perché degli esempi, che li presenti come proposta per una diversa valutazione della scienza, una pulce nell’orecchio, tralasciando però qualsiasi altro discorso come quello finale attuale, inutile e noioso.(2)

 

Andrea Antonini
(5 dicembre 2000)

1. Come biecamente new age – o da clima oratoriale, o da «fedeli alla linea» – suonano le parole di Catamarano a un intervistatore dell’«Unità»: «Replica Catamarano: nel mio Manifesto “il punto di partenza è la trappola assurda che ci siamo costruiti seguendo proprio la logica inflessibile del mercato. Una logica che gradualmente ci ha espropriato — così come accade per alcuni dei protagonisti folli dei delitti della logica – di ogni partecipazione, di ogni ricchezza interiore.
«”Alla fine ci ha tolto proprio quel lavoro che, nella logica del mercato, è l’unica forma possibile di autostima e dignità.
«”Una giostra tragicomica di acquisti indiscriminati, di beni che sono in parte inutili. Il mio invito è di riprenderci il senso della nostra vita, reinterrogarci su quello che conta davvero, sui motivi fondamentali delle nostre scelte, riscoprire la solidarietà, il piacere nel fare e nell’essere, invece che soltanto nel possedere”».

2. E, direi anche, evitando frasi come «[…] si lasciò andare a una serie di dichiarazioni […] che fecero rimpiangere la saggezza d’accatto messa in mostra nei talk show da terzini e cantautori» (p. 1) – non ci va anche Catamarano ai talk show? – o «Non è un caso che a presentare una posizione così retriva sia stato un fisico di mezza tacca some Sokal» (p. 3), e in genere tutte gli atteggiamenti inutilmente polemici con assenti e sconosciuti – bastano frasette come «[…] Oliver hay (anche lui beneficiario dell’opulenza di [Andrew] Carnegie» (p. 158) per rendere improvvisamente spiacevole e sospetto di faziosità un discorso.