Febo Conti

Era il 1971, facevo la quinta elementare e un giorno arrivarono in classe alcuni biglietti per assistere al quiz televisivo che Febo Conti conduceva da sempre, Chissà chi lo sa. Era uno dei programmi più seguiti dai bambini nati a cavallo del 1960, me compreso.
I biglietti non bastavano per tutti, così si fece un’estrazione e io rimasi escluso. In prossimità della data del programma uno dei fortunati si ammalò e mi cedette il biglietto – solo che lo seppi quando anch’io mi ripresi dal’influenza. 
Ma per una volta mio padre intervenne utilmente e tramite il regista Comencini che era un amico di famiglia saltò fuori un altro biglietto.
Così un sabato di primavera del 1971 me ne andai tutto contento in tram allo studio Fiera 1. Quel giorno ci fu anche Raffaella Carrà. Fu una giornata bellissima.

Un sabato di primavera di trentasette anni dopo, nel 2008, raggiunsi in macchina un vecchio ristorante-bar a poche centinaia di metri dallo studio Fiera 1 – per incontrare Febo Conti. Non l’avrei mai riconosciuto se non per la voce, un omino dalla faccia gentile, subito affettuoso, con un’aria spaurita.
Dirigevo in quel periodo una casa editrice dedicata agli anni Settanta e avevo pensato che forse Febo Conti avrebbe potuto scrivere qualcosa, magari attraverso un ghost writer. Non se ne fece niente, ma Febo e io diventammo amici.

Questa breve amicizia è un ricordo molto caro. Febo era ormai fuori da qualsiasi giro, frequentava e si faceva frequentare da persone di bassa lega che cercavano di sfruttarne il nome ormai dimenticato per fare qualche soldo; si associava a giovani cantanti dei circuiti più periferici cercando di convincerle a mettere in piedi un qualche spettacolo insieme. Quelle cantanti non avevano neanche idea di chi fosse Febo, ma magari per qualche settimana lo seguivano nelle sue idee senza speranza.

Conduceva da quasi cinquant’anni un programma sulla lingua italiana alla radio svizzera, La costa dei barbari. Era un programma ben fatto e interessante, gli autori erano bravi e gli svizzeri lo seguivano da sempre. Un giorno alla radio svizzera arrivarono i riorganizzatori del palinsesto, quelli che al posto dei programmi mettono un contenitore con conduttori che menano il can per l’aia tra una canzone e l’altra. Febo chiese che La costa dei barbari potesse almeno raggiungere i cinquant’anni tondi, ma gli dissero di no. Gli diedero un’orologio di pensionamento e tanti saluti. Proposi alla radio svizzera di pubblicare un volumetto commemorativo del programma, qualcosa che ne raccontasse la storia, con aneddoti, trascrizioni. Non mi risposero neanche. Proposi a Radio 24 di rilevare loro il programma, non mi risposero neanche.

Passati i mesi dei progetti falliti ci telefonavamo per chiacchierare e ogni tanto ci vedevamo, sempre in osterie periferiche che sembravano uscite da film in bianco e nero e che sono convinto che esistessero temporaneamente solo per noi. Nelle nostre lunghe telefonate, ogni tanto se ne usciva all’improvviso con qualche storiella tratta dai suoi spettacoli di cabaret e poi se ne scusava, diceva sai, l’abitudine. Gli volevo bene. Mi raccontava di quando gli chiusero Chissà chi lo sa da un giorno all’altro. E poi, come fosse accaduto pochi mesi prima, raccontava soffrendone del tumore che a metà anni Settanta gli era venuto per il dolore e la rabbia.

Credo che gli piacesse vivere, e come accade spesso a chi ama la vita e ne viene tenuto lontano, pensava spesso a togliersela. Mi raccontava del suo amico Alighiero Noschese che si era ucciso. I giornali l’avevano menata per mesi sulla fatale perdita di identità dell’imitatore Noschese, ma la perdita di identità non c’entrava niente. Anche Febo portava con sé una pistola, mi diceva che pensava spesso di usarla. Ma non l’avrebbe mai fatto, voleva troppo bene al figlio e alla moglie, da cui negli ultimi tempi si era separato per continui bisticci irrilevanti. Ma erano bisticci pretestuosi, aveva solo bisogno di stare per conto suo.

Sperava sempre che qualcuno lo chiamasse sul palco, magari per qualche rievocazione, ma alla gente importa solo dei propri ricordi soprattutto di infanzia, non importa niente delle persone che quei ricordi li hanno creati.

Febo è morto all’improvviso nel 2012. La moglie Italia è morta il giorno dopo.

Febo Conti era una brava persona e averlo conosciuto godendo della sua amicizia e del suo affetto è stato un regalo della vita.
Lo aiutavo come potevo nei suoi progetti, anche se entambi sapevamo che non vrebbero portato a niente, ma sentirsi abbandonati è una cosa terribile. Andò da Carlo Conti e fece una battuta folgorante di cui non si accorse nessuno. Su YouTube si trova un suo incontro con Paolo Limiti, ogni tanto lo guardo e sento il cuore scaldarsi. In un altro video fa il suo numero del naso tremolante che mi ha fatto non so quante volte – “Ah te l’ho già fatto vedere?”. Divertimenti delicati per bambini di cinquant’anni fa.