Fortunato Nava

Fortunato Nava è per me parte di quel mondo che è stato la Banda cittadina, quella attività radiantistica semipirata che molta importanza ha avuto nel fornirmi un gradevole mondo alternativo a quello famigliare, opprimente e funereo. Della Banda cittadina scrivo altrove.

Fortunato Nava, Nato come nickname per radio, credo che facesse parte della famiglia produttrice degli omonimi caschi motociclistici. Faceva anche parte di un mondo scomparso, quello dei quartieri cittadini ancora paesoni popolari isolati uno dall’altro, in questo caso il quartiere di Porta Genova a Milano. Di mestiere non so bene che facesse, lo ricordo come un ragazzone che avrebbe voluto essere ancora un ragazzino, e gli riusciva bene. Un giorno chiacchierando per radio seppe che avrei voluto montare la mia radio CB sulla bicicletta, e che mi mancava una antenna da fissare al telaio. Mi disse: “Vieni qui che qualcosa troviamo”.

Tredicenne, andai a trovarlo sotto casa sua, mi pare in una traversa di via Ariberto. Incrociandolo per strada, la gente lo salutava, aveva un bel volto, forse un nasone. Si presentò all’appuntamento con una antenna da balcone, studiò la mia situazione ciclistica e decise che in qualche modo si poteva fissare al portapacchi. Era soddisfatto, io anche, ci salutammo e non ci vedemmo mai più.

Ma – ancora una volta – conoscere una persona gentile per il solo gusto di esserlo mi colpì molto, tanto da ricordare ancora oggi con una punta di affetto quel tipo visto una mezz’ora quarantacinque anni fa.