Franco Carpanello La Foppa – Il caso Wolfgang

Franco Carpanello La Foppa
Il caso Wolfgang

L’evidente melomane Carpanello La Foppa propone un romanzetto sulla misteriosa morte di Mozart, un racconto che oltre a una noia abissale genera qui e là sconcerto.

Il racconto: una notte il servitore di Mozart trova il suo padrone sanguinante per strada, gravemente ferito per una quantità di percosse, sul corpo e alla zucca. Lo porta a casa, dov’è la moglie di Mozart, Costanza. Com’è, come non è, a conciare così Mozart è stato Hofdemel, un funzionario del tribunale imperiale, fatto becco dalla moglie con il compositore.
Il poveretto sta mica tanto bene, il medico accorre, ma non può fare molto. Nel frattempo la notizia arriva alle orecchie di un ministro, amico ed estimatore di Mozart. Oh, che pasticcio, pensa (e pensa anche il Kaiser), un funzionario statale che fa fuori un musicista statale sareb­be un grande scandalo. Decide allora (su incarico del Kaiser) di prendere accordi con Costan­za: se costei, alla morte del marito, si dirà d’accordo a nasconderne la vera causa e, anzi, a generare la maggior confusione possibile (dicerie su gelosie a corte e cose del genere), avrà in cambio una pensione che in effetti non le spetterebbe e altri quattrini e vantaggi.
Va bene, dice Costanza, ma aggiunge: se Wolfgang muore deve morire anche Hofdemel. Uffa, che casino, pensa il ministro (che si chiama Swieten). Ma si vedrà.
Mozart muore, la moglie. La salma viene fatta sparire in una fossa comune ed è arrivato il momento del funzionario Hofdemel. Il ministro gli offre: o il patibolo o il suicidio. Meglio il suicidio, e Hofdemel se ne torna a casa, dove prima di ammazzarsi accoltella la moglie, che però si salverà.
Morale della favola: Costanza viene ricevuta dal Kaiser e si becca i suoi soldi. L’amante di Costanza (salta fuori all’ultimo, immagino sia un colpo di scena), un allievo di Mozart, la pianta e se ne va (su consiglio del ministro). Lei si libera simbolicamente di tutta la menata facendo cascare per terra la maschera mortuaria di Mozart.

Questo libro non funziona per due motivi. Il primo è l’idea in sé: Mozart ucciso da un marito geloso è sì una delle possibilità, ma che senso ha raccontarla? Andrebbe altrettanto bene un avvelenamento da Sacher rancida, o la vendetta di un racket di compositori boemi, l’esito dell’ira sconnessa di un pastore luterano, o qualsiasi altra scemenza. Era una scemenza anche il Salieri geloso del film, ma non poi così tanto, e poi era un film.
Il secondo motivo è la scrittura. Il nostro Carpanello La Foppa (più che il libro incuriosisce il cognome) ha pensato che decorando di flauti magici e di parole tedesche un raccontino qualsiasi avrebbe prodotto un che di interessante e fascinoso (forse non l’ha pensato, ma non intendo chiederglielo). A parte il fatto che le parole tedesche sono perlopiù sbagliate (o forse seguiranno una grafia arcaica, ma dubito fortemente), il risultato è penoso (si veda per esem­pio il rimuginare culinario del bravo funzionario di polizia che aspetta il suicidio davanti alla casa dell’Hofdem­el, p. 139).

Il libro, a dire il vero, acquista una po’ di dignità dopo la faccenda del pestaggio di Mozart, qualche capitolo potrebbe anche funzionare, una volta rimaneggiato, per esempio il capitolo XII (pp. 88-96), quando Sophie (sorella di Costanza) va a cercare un prete per l’estre­ma unzione: per funzionare intendo che la lettura non richiama il masticare segatura. Il paradosso è che questo interesse non credo sia quello che il Carpanello La Foppa pensava di suscitare: per esempio, quando «I due amici si salutarono con un maschio abbraccio» (p. 151) a me vien da ridere – o davvero era una formula elegante?

Anche qui abbiamo la faccenda del Requiem incompiuto, assolutamente improbabile. Passi in Amadeus che Mozart detti concitato la partitura, nota per nota, ma che qui dei compositori si arrabattino per finirlo sulla base di «appunti» appare una fesseria: «“Ciò che porto via di diritto mi appartiene: in punto di morte, il maestro mi affidò l’incarico di completarlo sulla base dei suoi appunti […]”» (p. 166), dice l’ex amante di Costanza, Süssmayr.

Come spesso accade con i velleitari, l’italiano è ineccepibile, nessuna ripetizione, nessuna assonanza, uso generoso di parole desuete. Trovo mica male (ma forse per contrasto con la pizza generale) le espressioni da fumetto («“Viaaa…! […] fedifragooo…! Ladro d’amoreee…!”» e altre, tipo: «Ahiii…!»).

Il nostro Carpanello La Foppa ha commesso un consueto errore dei dilettanti. Ha pensato che mischiando una propria passione a un onesto racconto, non scorretto nella forma e con una trama non sgangherata, questo avrebbe preso vita. Il che, come sempre accade in questi casi, non è avvenuto. Solo quando si lascia andare dimenticandosi del temino-Mozart si intravve­dono delle qualità letterarie o quasi letterarie. Ma segnalarlo è da parte mia solo una gentilez­za formale nei suoi confronti.

 

Andrea Antonini
(18 luglio 2001)
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