Frank W. Abagnale, Jr. with Stan Redding – Catch Me If You Can

Frank W. Abagnale, Jr. with Stan Redding
Catch Me If You Can
circa 495.000 battute

Abbiamo qui l’autobiografia di Frank Abagnale, che poco più che adolescente, ma con un fisico quasi da trentenne, scopre che non è poi così difficile farsi passare per qualcun altro, soprattutto per qualcu­no – pilota di linea, medico, avvocato – di successo e con soldi: «“Who are you?” asked a lush brunette when I plopped down on Miami Beach beside her. “Anyone I want to be,” I said. I was, too» (p. 18).

Abagnale comincia quai casualmente con il camuffarsi da pilota di linea: riesce a procurarsi una divisa, le stellette della Pan Am, confeziona da sé tessere di riconoscimento e brevetto di pilotaggio. Ma non ha nessuna intenzione di pilotare, tutto ciò gli serve solo per approfittare dei passaggi gratuiti sui voli di linea e per incassare assegni, pagati senza batter ciglio di fronte a un uomo all’apparenza così rispettabile.

Bisogna tenere conto che siamo negli anni Sessanta, i computer non esistono ancora e tanto meno le reti informatiche. Quando Abagnale compila i moduli per i passaggi aerei (le varie compagnie trasportano gratuitamente gli equipaggi in trasferta, anche di altre compagnie) può stare certo che nessuno li controllerà mai, non finiranno in una banca dati, e comunque «[…] I have always suspected that the majority of the jump forms I filled out ended up in the trash, original and both copies» (p. 55).

«Had I had to contend with the computerized police link, with its vast and awesome reservoir of criminal facts and figures, my career would probably have been shortened by years» (p. 57).

Camuffarsi è il meno: bisogna acquisire competenze, almeno gergali. Abagnale è scrupoloso, passeg­gia tra gli equipaggi, legge, così da non dire sciocchezze.

Anche senza computer viene però preso, ma per una serie di coincidenze viene rilasciato dalla polizia con tante scuse.

Abagnale firma assegni in continuazione, cento dollari, a volte di più. La sua ‘carriera’ è in ascesa, viaggia per il mondo sempre spacciandosi per pilota e addirittura incassando i soldi direttamente dalle varie agenzie Pan Am europee.

Il gioco va avanti per due anni, ed ecco che durante una vacanza, per evitare di dare sospetti sulla sua falsa identità, si spaccia per pediatra donnaiolo. Ma perbacco!, gli dice il vicino di casa, abbiamo proprio bisogno di un caporeparto. Frank fa l’esame di stato, una formalità, e si ritrova a sovrintendere il reparto di pediatria di un ospedale, riuscendo a non muover un dito per mesi. Nessun problema, anzi: i medici gli sono grati per la sua non ingerenza nelle loro attività, per la fiducia che un così importante luminare mostra loro. Nei ritagli di tempo si nasconde in uno sgabuzzino e impara termini medici. Prima di andarsene, alla chetichella – a momenti gli moriva un bambino – un interno gli chiederà che cosa mai facesse in quello sgabuzzino, secondo l’autore è ancora lì che esplora il locale alla ricerca di indizi. Peccato lasciare la libera professione: «I was in love with my role as doctor. I was enjoying it almost as much as my pretense of airline pilot. And it was much more relaxing» (p. 84), d’altra parte «The incident [con un bambino cianotico] shook me. I realized I was playing a role that had reached its limits» (p. 88).

Poco tempo dopo un’altra occasione: «[…] the attorney general is looking for lawyers for his staff […]» (p. 92). Massì, un bel certificato di laurea falso (Harvard), qualche infarinatura e si passa anche quell’esa­me di stato: carriera.

Ma anche senza computer Abagnale è ormai ricercato dall’FBI – già che c’è si spaccia allora per loro agente per recuperare assegni che lo potrebbero incastrare.

Ormai Frank è un delinquente a tempo pieno, acquista una macchina offset per produrre documenti falsi di qualità, e alla fine del 1967 ha già incassato assegni per 500.000 dollari (p. 141). I meccanismi con i quali riesce a fregare le banche sono semplici e ingegnosi, se ne hanno dettagliate spiegazioni da p. 141. Certo non è che il sistema bancario fosse tra i più sicuri: «I never verified the suspicion, but I often thought in later months and years that the reason I was so successful with those particular Pan Am checks was because Pan Am was paying them!» (p. 157).

I tempi si fanno duri, viene preso e riesce a scappare, meglio che si ritiri in Francia, a Montpellier, dove però alla fine viene beccato su segnalazione di una hostess che l’ha notato per caso.

Fino a questo punto il libro è divertente senza essere eccezionale, ciò che più colpisce non è tanto l’abilità di Abagnale quanto il candore di chi lo incontra, che non dubita mai, non ha mai dubbi – basta dire di essere un chirurgo e sei un chirurgo.

Ma qui inizia qualcosa di inaspettato.

La polizia francese non è particolarmente gentile: «[…] I am going to place you in the cell for common drunks and petty criminals. You can stay there for a week, two weeks, a month, it makes no difference to me. However, you will not be fed and you will have no water until you decide to confess» (p. 205). Con tali presupposti, confessa; non ha neppure ventun anni, ma un numero di reati di cui rispondere incalcolabile.

Viene condannato a un anno. Contentezza, ma è un errore. Abagnale viene rinchiuso nella fortezza di Perpignan, sbattuto in una cella senza finestre, senza luce, nudo, senza letto, mobili coperte, nutrito a pane e acqua, senza poter parlare con nessuno, al buio giorno e notte, tra i propri escrementi. Gli americani non possono fare niente: «And it is precisely because of that treatment that I can’t do anything. You see, Abagnale, you’re being treated exactly the same as every Frenchman who’s confined here is treated. […] You haven’t been singled out for especially harsh treatment, Abagnale. And as long as they treat you as they treat their own, I can’t do a damn thing about your predicament, not even complain. […] You’re lucky, really. It used to be worse than this, if you can believe it. Prison eers were once beaten daily» (pp. 218-219).

Dopo sei mesi viene portato a Parigi, lurido così com’è, e consegnato alla polizia svedese. Altro ambiente: viene curato, processato (un anno) e consegnato a una prigione modello, senza sbarre, con parchi e giardini. «One day, to my astonishment, one of my victims, a young bank clerk, appeared to visit me, bringing a basket of fresh fruit and some Swedish cheeses. “I thought you might like to know that I did not get into any trouble because of your cashing checks at my station”» (p. 239).

Ma «The Governments of Italy, Spain, Turkey, Germany, England, Switzerland, Greece, Denmark, Norway, Egypt, Lebanon and Cyprus had all made formal requests to extradite me on completion of my sentence, and had been accorded preference in that order» (pp. 239-240).

Le prigioni italiane non sono meglio di quelle francesi, e comunque stando così le cose la sua vita è ormai condannata, tenendo conto che dovrà anche scontare una pena negli Stati Uniti. Il giorno della sua partenza per l’Italia, però, un giudice che ha particolarmente a cuore il destino di quel giovane ha un’idea, e andando contro etica e regolamenti riesce a far revocare dagli Stati Uniti il passaporto a Abagnale, che così diventa un «unwelcone alien in Sweden» e espulso verso il paese d’origine, l’America. «I wanted to hug and kiss him. Instead I wrung his hand and tearfully promised him that I would make something worthwhile of my future. It was a promise I was to break within eighteen hours» (p. 243).

Riesce a fuggire dall’aereo prima che vengano aperti i portelli, si scapicolla per l’America, poi in Canada, ma ormai Abagnale è uno dei criminali più ricercati d’America e infine viene preso, processa­to e condannato.

L’epilogo è curioso: scarcerato si presenta a una banca e propone al direttore di tenere una conferen­za ai dipendenti sulle truffe. Se il direttore l’avrà ritenuta utile, pagherà cinquanta dollari, altrimenti niente: «Today, three years later, Frank Abagnale is one of the nation’s most popular crime authorities, with offices in both Boston and Denver, a highly trained staff, and gross revenues approaching $3 million».

Il libro è del 1982. Non si può dire che sia un capolavoro, tuttavia è scritto benino e coinvolge il lettore, che rimane effettivamente spiazzato dalla piega che prende la vicenda in Francia. Fino a quel momento, tutto sommato l’avventura di Abagnale diventa via via sempre più prevedibile e meno interessante.
Nel clima in cui ci si trova oggi, con truffe informatiche e imbonitori televisivi che scappano con i miliardi, i trucchi del giovane Frank appaiono incredibili.

Ma ben più incredibile appare la prigione francese.

Nella valutazione bisogna distinguere diversi livelli.

Il libro si legge volentieri, anche nei momenti di stanca non abbandona il lettore e offre sempre qualche elemento di sorpresa. Abagnale è un donnaiolo, ma è un fatto che non riguarda chi legge – niente sesso, nessuna storia d’amore nel libro. I raaporti del ragazzo con la famiglia, in particolare con il padre, sono ben tratteggiati.

In fondo si tende a simpatizzare con questo giovanotto che prende in giro le banche, e forse proprio per questo la vicenda di Perpignan colpisce particolarmente il lettore. Soprattutto il lettore d’oggi, che – per fortuna – non vede applicate ‘pene’ così ignobili neppure contro gli assassini più feroci.
D’altra parte questa non è una storia attuale, appartiene a un passato che un ventenne, ma anche un trentenne, per esempio, può non cogliere. Le gerarchie sociali degli anni Sessanta, con il suo clima ordinato e bacchettone, l’inaccettabilità di un’offesa alle istituzioni, l’impotenza, quasi l’incredulità di fronte a violenze, oggettive, ma incruente: siamo ben prima del terrorismo e delle squadre speciali. Un mondo che (in apparenza) ha così poche preoccupazioni da considerare un ragazzino che spende per macchine lussuose come il peggior delinquente in circolazione.

Fosse un libro a sé stante, ne consiglierei una ulteriore valutazione. D’altra parte il fatto che se ne stia cavando un film lo pone in sospetto di invendibilità.
Tutto sommato, nel dubbio propendo per un no.

Andrea Antonini
(16 febbraio 2000)
copyright © Andrea Antonini