Gerhard Staguhn – Tierliebe. Eine einseitige Beziehung

Gerhard Staguhn
Tierliebe. Eine einseitige Beziehung

La IV di copertina – “Tierliebe ist eine Fiktion. Weil das Tier nicht geliebt werden will” – incuriosisce, va ammesso, ma al contempo suscita sospetti.
I sospetti si accentuano nell’Introduzione. L’autore vuole fare il punto, attuale e storico sui veri rapporti tra uomo e animali, liberando il discorso da falsità o ideologiche o di consuetudine ingenua. Dopo l’introduzione, inutilmente veemente come tutto il libro (“Für Canetti [che fa da ampio riferimento per Staguhn] ist das Tier ein Wunder, und dieses läßt sich nur so lange bewahren, wie das Tier vom Menschen unbehelligt bewahren. Alles Wunderbare fordert Distanz und Respekt. Sogenannten Tierliebhabern fehlt in der Regel die Fähigkeit zur Distanz. Sie wollen Tiere haben”, p. 12), abbiamo otto capitoli monografici e una Conclusione.
Primo capitolo “Das Tier als Gott. Mensch und Tier in der antiken und vorantiken Welt”. Interessante, si pensa, ma subito abbiamo lo spiegone: “Das Tier hat keine Religion. Es braucht keine, weil es eine existentielle Angst nicht kennt. Existentielle Angst setzt ein Bewußtsein der eigenen Sterblichkeit voraus. […]” (p. 18). E si prosegue con questo alto tono.
Si spera nel secondo: “Das Tier als Teufel. Mensch und Tier in der jüdisch-christlichen Tradition” (p. 40). Neppure qui si sfugge alla lezioncina: “Die Bibel, ein Mythos unter anderen, ist eine Sammlung von Geschichten […]. Mythen sind nichts anderes als Welt-Geschichten, Abbilder der Welt, so wie sie in archaischer Zeit gesehen wurde. Nicht zuletzt sind es Bilder der inneren Welt der Menschen, ihrer Akollektiven Seele. […] Durch den Sündenfall hat der Mensch seine eigenen tierischen Seiten erkannt […]” (pp. 40, 41). Diavolo, serpente, albero della conoscenza e via così, morale: “Die Tiere haben den Sündenfall des Menschen teurer zu bezahlen als dieser selbst” (p. 41).
Il terzo capitolo, “Das Tier als Maschine” (“In der Naturphilosophie ist das Verhältnis des Menschen zum Tier nie ernsthaft diskutiert worden”, p. 69), spegne le speranze. E si prosegue stancamente sino all’ossessiva conclusione: “Tiere sind keine Objekte für uns, sondern Subjekte für sich” (p. 266).

I discorsi di Staguhn non sono granché profondi o intelligenti, si veda il capitolo sugli zoo, è che vengono nascosti in una prolissità che ne offusca – ma per poco – la sostanziale banalità: si veda il capitolo sugli animali domestici. Il suo affermare non è certo rivolto al lettore casuale, che non può uscire vivo da tanta pesantezza, né è pensabile che un lettore smaliziato possa tener dietro a tanta inutilità e noia. Visto che arrivati alla fine del libro ancora non è ben chiaro chi siano quei terribili “amanti degli animali” si può solo pensare che questo sia un discutere del tutto autistico, compiaciuto di sé.

E questo per rimanere alla superficie. Se poi si avesse davvero voglia di dialogare con Staguhn, opponendo al suo clima pseudofilosofico (abbonda Canetti l’allegrone, ma si fa largo uso anche di Montaigne, di Cartesio, di quell’altro allegrone di Jünger e così via), un minimo di rigore dialettico, non poche sarebbero le obiezioni immediatamente destabilizzanti.

Ma essendo questo libro roba da poco, non vale la pena di concedergli altra attenzione.

 

Andrea Antonini
(6 febbraio 2001)
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