Gordon Grice – The Red Hourglass. Lives of the Predators

Gordon Grice
The Red Hourglass. Lives of the Predators
circa 340.000 battute

I predatori di cui si parla in questo libro sono davvero inconsueti, almeno per chi segua i documentari del «National Geographic». Si parla infatti di vedove nere, mantidi, serpenti a sonagli, tarantole; ma anche di maiali e di cani, nonché di ragni omicidi.
L’autore racconta le proprie esperienze con questi animali, li descrive e descrive la loro vita e il loro comportamento. Tra un insetto e un rettile fa considerazioni sull’uomo e sulla natura. Non ci sono note bibliografiche, né nomi scientifici, né ter­mini tecnici. Complice la mancanza di notizie sull’autore si prosegue nella lettura di­sorientati: sarà l’opera divulgativa di uno scienziato? o il prodotto della passione di un ingegnere nucleare? o sarà tutto inventato? Certo l’incipit del libro non aiuta: «Io caccio vedove nere. Quando ne trovo una la catturo».
Questo Grice sembra conoscere l’argomento, ma ha scelto una strada sbagliata per la sua opera prima. Già a pagina 37, dove viene descritto l’esperimento di tale Allan Blair – farsi mordere da una vedova nera e vedere un po’ cosa succede –, si co­minciano a capire le velleità stilistiche dell’autore. Si apprezza a pagina 53 il suo corag­gio nel presentare una simile tiritera sull’uomo-predatore. (Però è mica male la parte sull’estinzione del dodo, da pagina 133).
Probabilmente l’autore voleva proporre un’opera originale, qualcosa che assomigliasse a un racconto forte e fosse al contempo un saggio (un bollettino dei libri di prossima uscita negli Stati Uniti lo piazza tra gli inclassifiable). Ma non c’è riu­scito, questo è un libro spento. Che si tratti di un errore stilistico è reso evidente anche da una struttura studiata a tavolino, ben riconoscibile. Gli animali che lo popolano, le atmosfere (cerchioni abbandonati, case di estrema periferia…), i racconti ma­cabri, non riescono a far raggiungere a The Red Hourglass lo status di saggio inquietante (che so, «la vio­lenza della natura») – qui ci si ferma alla mediocrità: «Quindi [il grillo] cominciò a mangiarsi la mantide con tutta calma, ma con metodo; le molte parti della sua bocca si muovevano come dita. Masticò via per prima la faccia della mantide […] Noi quattro che stavamo a guardare eravamo stupefatti e disgustati. Gli altri non erano avidi bug-watchers come me, ma lo spettacolo era così intenso nel suo spazio microcosmico che nessuno poteva smettere di guardare» (p. 63). «Pensate all’odore di un ristorante in cui si serva aragosta fresca, con la vasca dell’aragosta tenuta non troppo pulita […]» (p. 79). «Guardavo il [corpo del serpente schiacciato da un’automobile] arcuarsi negli spasmi, la pancia bianca e il dorso chiazzato mostrarsi alternativamente. È l’antica danza della carne animale: la morte, e la determina­zione di non morire» (p. 110).
Che sia un esempio di saggistica pulp?
(Lasciar perdere).

 

Andrea Antonini
(27 settembre 1997)