Il portinaio

Ero in un paesino toscano a fare ricerche su un musicista dimenticato. Stazionavo già da qualche giorno nell´archivio dell´arcivescovado senza trovare niente e decisi di farmi un giro.
Visitai il bar centrale, dove il proprietario mi fece una testa così sul fatto che avrei dovuto comprare un’Audi, e la libreria del luogo: era bella, uno stanzone con i libri messi a casaccio su tavoli di legno scassi, di conseguenza la libraia mi risultò subito simpatica e ci mettemmo a chiacchierare.
A un certo punto mi domandò che mestiere facessi e io glielo dissi. E così prima di andarmene la ragazza mi si avvicinò con occhioni luccicanti: “Senti, ho un fratello, vive a…, era un dirigente, a un certo punto si è licenziato e adesso fa il portinaio”.
Capii che stavo per essere incastrato in qualcosa.
“Ha deciso di mollare tutto e di fare il portinaio per poter finire in santa pace il suo romanzo, il sogno della sua vita”. Pausa. “Non è che potresti leggerglielo, anche a pagamento?”.
Una richiesta tipica, che tradotta suona: “Non è che tu che sei del giro potresti farglielo pubblicare, se è almeno discreto, come sono assolutamente certa che sia altrimenti non chiederei mai un favore del genere a uno sconosciuto e comunque ho capito benissimo che al massimo mi dici di no ma di soldi non ne prenderesti mai?”.
In queste situazioni non serve a niente obiettare. Si può dire “manco morto”, ma non viene così immediato, soprattutto per via degli occhioni.

Il fratello portinaio mi telefonò, gli dissi che non avevo tempo di leggere un libro tutto intero, che se voleva potevo scorrerlo per farmi un’idea generale e comunicargliela. Lui espresse estrema felicità.
Mi arrivarono seicento pagine, che appoggiai da qualche parte pensando di riciclare il retro dei fogli. A lui avrei detto le solite sciocchezze: è buono ma non ancora pronto, va sfoltito di certe prolissità, a volte i periodi sono un po’ involuti, ecc.
Dopo due giorni mi chiamò per dirmi che sicuramente mi sarei fatto un´idea pessima del libro se avessi letto quella stesura, che lui intanto (cioè in due giorni) aveva risistemato da inizio a fine dandole nuova vita. Disse che sarebbe andato in giornata in copisteria per ristampare il tutto e mandarmelo. Gli risposi che proprio non ce n´era bisogno, ma non ci fu verso, e mi arrivarono altre seicento fogli per raccomandata.
Dopo pochi giorni altra telefonata: mi disse che sperava che non fossi già arrivato verso pagina quattrocento, dove lo stile perdeva smalto, e che nel caso questa volta la cattiva impressione l´avrei ricavata a causa di un errore della copisteria, che aveva stampato il file sbagliato. Ancora feci presente che non era così importante, ma non ci fu modo di fargli cambiare idea. Solo, avrei dovuto aspettare qualche giorno, perché era la fine del mese e non aveva abbastanza soldi per far ristampare seicento pagine, doveva aspettare lo stipendio.
Grazie al cielo il senso di colpa non so che cosa sia, un altro forse sarebbe sprofondato, ovviamente non avevo la minima intenzione di leggermi quel mattone che già alla prima riga mi aveva messo di malumore.
Ma risposi che capivo, e così mi arrivarono altre seicento pagine, sempre per raccomandata.

Arrivò una quarta telefonata, ma a tutto c´è un limite. Gli dissi allora che stavo partendo, e che per praticità avrei apprezzato enormemente ricevere il file originale, che avrei letto sul mio portatile. Mi rispose che non aveva internet, ma che sarebbe corso in copisteria per mandarmi il file.

Gli diedi un indirizzo email di quelli gratuiti usa e getta. Non mi telefonò più.

Ogni tanto mi domando se faccia ancora il portinaio. Era una brava persona, ma aveva fatto una scelta sbagliata che l´aveva trascinato nel baratro.