Jonathan Rosen – The Talmud and the Internet. A Journey Between Worlds

Jonathan Rosen
The Talmud and the Internet. A Journey Between Worlds
circa 220.000 battute

Diciamo subito che internet non c’entra un fico secco con questo libro, e poco con il Talmud. Rosen si trova di fronte alla morte della nonna, della cui agonia aveva tenuto un diario, scritto con il computer e non stampato né archiviato su dischetti: «I was ashamed of my need to translate into words the physical intimacy of her death, so while I was writing it, I took comfort in the fact that my journal did and did not exist. It lived in limbo, much as my grandmother had as she lay unconscious» (p. 2). Il computer si rompe e Rosen, pagando un sacco di soldi (lo sottolinea due volte) deve ricuperare il diario attraverso una ditta specializzata. Computer computer computer… internet! «I have often thought, contemplating a page of Talmud, that it bears a certain uncanny resemblance to a home page on the Internet, where nothing is whole in itself but where icons and textboxes are doorways through which visitors pass into an infinity of cross-referenced texts and conversations» (p. 6). La somiglianza è solo formale, in ogni caso ecco che inizia il vero libro, una lunghissima e solitaria discussione su questo ‘nuovo testamento’ ebraico (p. 22), e sul potere della parola, l’ebraismo, il mondo, la vita, l’universo.
Rosen non è certo uno sciocco, e le sue parole sono dotate di logica e senso, in più spesso ciò che dice è ‘intrinsecamente’ interessante.
«My mother is a writer. My father is a retired professor of comparative literature. This may explain why, though no longer a child, I actually thought my meager diary entries would have some special power to restore my grandmother. I grew up believing that writing is the voice that continues after death, and in Judaism, where God never borrowed a body and walked among men, words are even more than that» (p. 18). Sì, ma di libri che parlano e discutono della parola ce ne sono già tanti, e poi insomma, noi eravamo qui ad aspettare internet, non un libro ebraico per scrittura e lettura sulla parola e il senso delle parole. E quel poco che si dice di internet se non ha del pretestuoso, è comunque pochino e di poco conto.

Andrea Antonini
(29 gennaio 2002)