La poetessa comunista

Conoscevo da sempre una poetessa. Era molto di sinistra, molto comunista, e come molti stracomunisti non aveva mai lavorato un giorno in vita sua, vivendo di rendite immobiliari.
Le sue poesie comuniste erano mediocri, anche se scritte in un ottimo italiano: parlavano di bambini uccisi dalle bombe imperialiste, di malvage portaerei imperialiste, ecc., e quindi trovavano sempre un qualche pubblico comunista antimperialista.

Arrivata alla cinquantina decise che era tempo di sfondare e di diventare una poetessa comunista di successo, così radunò le sue dieci o venti poesie migliori e decise di pubblicarle. Ovviamente a proprie spese, però con un editore di quelli a pagamento che perlomeno garantiva una certa cura grafica.
Il libro uscì, i giornali comunisti ne parlarono bene e vinse anche il premio Pasolini – il che è comprensibile: tra mediocri poesie d´amore e mediocri poesie politiche, almeno quelle politiche hanno qualche argomento in più.

Ma la poetessa non trasse alcun piacere dal proprio microscopico successo. Nessuno la invitava in televisione a parlare contro l’imperialismo o le chiedeva di scrivere articoli antimperialisti. Tutti rincorrevano invece quell´altra poetessa sua rivale, che lei considerava senz’altro inferiore a sé. Quando ci si incontrava c’era sempre una mezz’ora di: “Ma hai visto la… che è andata in tivù da…, ma hai visto che hanno intervistato la…”.

Il problema era che la rivale in effetti non scriveva poesie particolarmente belle, ma faceva anche altro: scriveva articoli, frequentava gente utile, soprattutto traduceva e lavorava con i libri, il che le permetteva di incontrare gli addetti ai lavori. Era anche moderatamente gnocca.

Un giorno la mia amica mi raccontò che grazie a un giro di conoscenze le sue poesie sarebbero state pubblicate sul giornale di un sindacato di geometri. La cosa mi sembrò particolarmente avvilente – non saprei se più per lei o per i geometri -, e però in quel periodo mi era venuta un´idea che casualmente avrebbe potuto contrastare quel declino poetico.

In quel periodo, nel tentativo di diversificare la produzione della casa editrice che dirigevo, avevo pensato di pubblicare un lungo racconto di Theodor Storm molto bello che non era mai uscito in italiano. Avevo anche pensato che la mia amica poetessa avrebbe potuto essere la traduttrice ideale: viveva in Germania da decenni e conosceva bene il tedesco, scriveva di argomenti mediocri ma sapeva comunque scrivere bene, aveva appena vinto un premio relativamente importante e dunque il suo nome sarebbe stato spendibile nelle pubblicità – e lei in cambio avrebbe potuto cominciare a farsi notare per qualcosa di più concreto che non le sue poesie, ché Storm era comunque più noto di lei. Inoltre avrebbe guadagnato qualcosa con le sue competenze, cosa che mi sembrava avrebbe reso un po´ più dignitoso il suo comunismo.

Il libro era molto difficile da tradurre, in parte in tedesco e in parte in Plattdeutsch, che è una sorta di dialetto parlato nel nord della Germania. Come si traduce in italiano un dialetto tedesco? Ci avevano già provato in molti, chi ricorrendo a un generico dialetto lombardo, chi lasciando perdere la differenziazione, chi con altri artifici – tutti poco convincenti. La mia amica era brava con l´italiano, e ero certo che avrebbe trovato una soluzione rivoluzionaria (in fondo era una rivoluzionaria), e anche lei mi parve entusiasta della cosa.

Feci preparare il contratto standard di traduzione, che mi tornò indietro non firmato: disse che era palesemente un contratto capestro. Obiettai che era il contratto firmato da generazioni di traduttori, me compreso, ma lo modificai secondo richieste. Ma ancora mi tornò indietro, conteneva ulteriori clausole che avrebbero potuto causare danni terribili, e andavano eliminate – o le togli o non firmo. A dire il vero io mi ero già spazientito alla prima mancata firma, secondo me o ti fidi o non ti fidi, soprattutto di un amico. Ma mi dissi le solite frasi, abbi pazienza è fatta così, sta attraversando un periodo brutto, ecc., e modificai ancora il contratto.
Ci fu un terzo tentativo di non firma, di fronte al quale capii che i soliti amici che vogliono il tuo bene la stavano facendo su suggerendole complotti a suo danno, e soprattutto che si era pentita di avere accettato, ma non sapevo se perché il compito era troppo difficile o perché avrebbe dovuto mettere il suo genio letterario al servizio di qualcuno che non fosse lei stessa.

Firmato infine il contratto rimasi in attesa. Ogni tanto telefonavo alla poetessa per avere notizie su come sarebbe stato risolta la faccenda del Plattdeutsch, e ogni volta mi rispondeva che la soluzione era in vista.

Il libro fu presentato dai promotori ai librai che se ne disinteressarono, prenotandone poche centinaia di copie. Avrei dovuto stamparlo in digitale rientrando forse delle spese di stampa, ma quando i numeri sono così piccoli, conviene pagare il traduttore e lasciar perdere la pubblicazione contabilizzando una piccola perdita al posto di una grossa perdita. La proprietà era un po´scocciata per questo tentativo costato soldi, ma io ero tranquillo, avevo già capito da tempo che la traduttrice non aveva tradotto e non avrebbe tradotto una sola riga. Decisi di aspettare due giorni prima della data di consegna della traduzione per dirle che il libro non sarebbe uscito, comunicandole anche che lei sarebe stata comunque pagata per il lavoro fatto fino a quel momento.

Come previsto non era stato tradotto un accidente, ma anziché abbozzare, la poetessa andò su tutte le furie: fino a quel momento aveva fatto un lavoro intellettuale di preparazione, e sulla base di quel lavoro avrebbe tradotto tutto il libro nei due giorni successivi. Ah, aveva visto bene nel considerarmi mal disposto verso di lei! E adesso, come avrebbe potuto fare a quantificare economicamente tutto il suo sforzo mentale e intellettuale?!

Nessuno al mondo è in grado di tradurre centocinquanta pagine così complesse in due giorni – ma gli scrittori, e in particolare i poeti sono fatti così. Perdono spesso il contatto con la realtà, anche la propria, e entrano in una dimensione delirante, quindi è probabile che pensasse davvero di essere stata ingannata. Che poi, come dicevo, non avesse fatto il lavoro perché non in grado o perché per lo scrittore dilettante non esiste nessun altro scrittore al mondo oltre a lui, non saprei dire, ma propendo per la seconda ipotesi.

Era una scrittrice dilettante, quindi velleitaria, e tale sarebbe restata per sempre. Il fatto è che allo scrittore così come al traduttore professionista non importa un fico secco di ciò che scrive. Può affezionarsi a un personaggio o gongolare per una trama ben riuscita, ma di media l´autore professionista sogna di vincere al lotto e di comprarsi un Porsche – chissenefrega della gloria letteraria: quella la sogna chi non sa scrivere, che cosa buffa.

Anni dopo, la poetessa fece sapere a un conoscente comune che era disponibile a perdonarmi.