Le prove di traduzione

Di recente, non riuscendo più a pagare le bollette ho fatto qualcosa che mai avevo fatto in tutta la mia carriera – ho mandato il curriculum a una serie di case editrici. So bene che mandare il curriculum non serve a niente, ma quando non sai più dove sbattere la testa le provi tutte.

L´ho mandato a case editrici a me sconosciute, nel senso che quelle che conosco so già che o non pagano o ti trattano a calci in culo, quindi ho tentato la sorte con alcuni editori minori ma apparentemente benestanti, come quelli altoatesini.

Sorpresa, mi arriva una risposta: considerato il mio cv, un editore di Bolzano si dice interessato a affidarmi la traduzione dal tedesco di un libro semituristico, e si mostra anche interessato a un incontro. Bolzano non è dietro l´angolo, ma io sono per lavoro in Pusteria e penso che sia una buona idea farmi un duecento chilometri per presentarmi di persona. Parto. Arrivo a Bolzano, dove fa un caldo spaventoso. Incontro il caporedattore. Noi facciamo questo e questo, io ho fatto e faccio questo e quello, e via. A un certo punto salta fuori che benissimo, allora ci sarebbe questo libro da tradurre, ma… ovviamente si stanno prendendo in considerazione altri due o tre candidati per l’incarico. Dunque sarà inviato a tutti il primo capitolo da tradurre così da scegliere poi la versione migliore.
Io rimango di stucco. Queste sono cose che dici prima che una persona si spari un viaggio per presentarsi, soprattutto se va verso i sessanta e ha un curriculum in confronto al quale tu al massimo potresti fare il ragazzo del bar. Ma in realtà ho la sensazione che la faccenda della prova di traduzione sia una scusa, per qualche motivo (che in realtà credo di aver capito, e non ha a che fare con la competenza) il caporedattore bolzanino ha cambiato idea, e non essendo molto esperto non usa la scusa standard per far fuori un traduttore con il quale si sia già in parola: “Eh purtroppo il libro è stato rimandato, e non sappiamo neanche se uscirà, ci spiace, ci sentiamo più avanti”.
Esco dalla sede della casa editrice con la certezza che non se ne farà niente, ma decido di seguire comunque l´iter.

Passano le settimane e finalmente arriva il testo da tradurre. Un mattone scritto con i piedi di cose già lette e rilette su decine di siti web e di guide turistiche. Immagino sarà un qualcosa pagato dalla regione o da qualche sponsor. Traduco. Ci metto un po´, perché ci sono molti riferimenti a questioni locali e devo informarmi. Invio la traduzione puntuale, e dopo un´altra settimana abbondante mi si dice che eh, caro Antonini, un altro ha tradotto meglio di lei, ci spiace. E tanti saluti.
Ora, un giovane alle prime armi o magari qualcuno che provenga da ambiti lavorativi non letterari o genericamente umanistici dirà, be´, è la procedura. Ma in realtà le cose non devono andare così. E adesso attraverso vicende personali vi spiego perché le prove di traduzione sono sempre un bidone. (Tra parentesi, nei Paesi anglosassoni le prove – di qualsiasi genere, di traduzione come di lavacessi – si pagano sempre, perché di fatto la persona ha lavorato per te. Ma l´Italia non è un paese di gente corretta, neanche gli altoatesini).

Compito in classe.
Anche non volendo considerare i motivi che espongo più avanti, una prova di traduzione è comunque una cosa insensata, è come dare da fare a casa un compito in classe. Uno ha una settimana di tempo per tradurre cinque cartelle, difficilmente consegnerà qualcosa di fatto proprio male – magari darà quel testo da tradurre a un amico più bravo di lui, e certamente rileggerà il tutto dieci volte, lo farà rileggere a tutti quelli che conosce, ecc. Una buffonata, perché poi quando si traduce davvero, deve essere buona la prima o quasi, perché il tempo di solito è pochissimo.

Il libro nel suo complesso.
Di solito la prova di traduzione riguarda le prime pagine di un libro. Magari l´introduzione. Qualsiasi traduttore professionista sa che quando si traduce un libro si comincia a entrare nel suo ritmo dopo alcune decine di pagine, capita anche spesso che finita la traduzione si ritraducano proprio le prime venti o trenta pagine, ora che si sa come si sviluppa il testo, si conoscono le idiosincrasie linguistiche dell´autore, si è entrati nel suo mondo. Cinque cartelle a freddo non dicono proprio niente sulla qualità di un traduttore.

Mancanza di rispetto.
Di solito uno non nasce traduttore, prima di diventarlo si è sciroppato molte redazioni, molte revisioni. Un redattore è molto più vicino all’editore di quanto non lo sia un traduttore. Un traduttore che abbia alle spalle alcuni anni di esperienza redazionale evita di presentare un testo che come redattore stravolgerebbe, sa come deve essere fatto un libro. Certo, si potrebbe tirare in ballo il Principio di Peter – un buon redattore potrebbe raggiungere il suo livello di incompetenza come traduttore, ma è una ipotesi, e diamo per buono che il bravo redattore consapevole dei propri limiti sia anche esperto nella parata alla Peter.
Ed è questo il punto: se tu hai davanti un tizio di cinquantasei anni che ha lavorato con i più grandi editori italiani, che è stato lui stesso editore, che ha al suo attivo venticinque traduzioni e centinaia di revisioni e traduzioni, che è stato consulente per i diritti di uno dei più importanti editori – eccetera – non lo tratti come un principiante, come un apprendista.

Primo, perché è una mancanza di rispetto che sarebbe inaccettabile in qualsiasi altro genere di azienda. Secondo, perché lo scrivere, il lavoro intellettuale sono una faccenda molto vaga, umorale. Così come un buon insegnante ti fa entrare nella zucca i concetti più difficili in modo che neanche te ne accorgi, un buon rapporto con l´editore rende gradevole tradurre anche il testo più ostico e noioso, con ovvi effetti sul risultato. Non che un bravo traduttore di cattivo umore consegni un lavoro mal fatto, ma un bravo traduttore di buon umore consegna di certo un lavoro fantastico. Chiedere a un professionista di fare vedere le sue capacità non attraverso i suoi lavori pubblicati, ma da cinque cartelle frettolose significa già creare un ambiente lavorativo sgradevole, avvilente, che non porta a niente di buono. E poi c´è la vecchia questione: se tu non ti fidi di me, perché mai dovrei fidarmi io di te? (Per esempio, come faccio a io a essere sicuro che poi mi pagherai?).
Direte, e se l´aspirante traduttore ha trent´anni e nessuna esperienza? Qui vale quanto scrivo sotto sul degrado: un editore, come un qualsiasi alto dirigente intelligente e colto capisce al volo se vali qualcosa o no, venti o novant´anni.

Degrado.
Come ho scritto all´inizio, fino a due mesi fa non avevo mai inviato un curriculum, anzi non l´avevo mai neanche scritto. Quando riuscivo a avere un appuntamento con un editore, la questione della competenza, parola che va tanto di moda oggi, era secondaria, perché implicita. Tra persone colte – e io sono una persona estremamente colta – ci si intende al volo, si condivide con uno scambio di occhiate uno stesso mondo o almeno una stessa visione del mondo. Se uno ha bisogno di farti fare una prova di traduzione, che sia per trovare una scusa per non darti il lavoro, o perché davvero ritiene di doverti giudicare, è un poveretto ignorante che dovrebbe fare il magazziniere, non decidere del destino degli uomini. Peccato che poi, appunto, da quel poveretto dipenda l´avere o meno i soldi per pagare le bollette.

Malafede.
In Italia (forse nel mondo, ma non credo) esiste una piccola mafia dei traduttori. Un gruppo di persone che sfidando le leggi spaziotemporali riescono a tradurre decine di volumi all´anno. Tradurre è una faccenda lunga e faticosa, di un libro di saggistica scientifica io non riesco a fare più di sei o sette cartelle al giorno, che andranno poi lasciate decantare e rilette almeno un paio di volte. Eppure alcuni riescono a tradurre cinqucento pagine in un mese. Come fanno?
Semplice, distribuiscono il lavoro a parenti e amici. Ognuno di loro traduce una quarantina di cartelle, il traduttore nominale si occupa poi di assemblare quei capitoli tradotti da persone con stili e capacità diversissimi cercando di rendere il tutto vagamente uniforme. Vi siete mai domandati perché in un libro uno dei personaggi si chiami William, poi improvvisamente Willy e poi ancora William? Adesso sapete il perché. È un modo assurdo di lavorare e porta di solito a lavori molto scadenti, ma garantisce rapidità di esecuzione (i parenti e gli amici si prendono la metà di quel che prende il loro committente, cioè la metà di una miseria, sai che impegno ci mettono).
Facendo finta di non conoscere la procedura, molti caporedattori appoggiano questo modo di procedere perché non crea intoppi. Nella seria televisiva The Good Wife un giudice delle cauzioni insiste violentemente che gli avvocati non rallentino il lavoro, non gli importa che l´imputato possa essere innocente o che sia un delinquente feroce, l´importante è che la cauzione sia decisa nel giro di un minuto – e se l´avvocato non ce la fa e pone delle obiezioni, parte anche una denuncia di offesa alla corte. A molti dirigenti editoriali non importa un fico secco di che cosa e come pubblicano, a loro importa seguire la tabella di marcia, far vedere al superiore che tutto fila liscio. (A questo proposito segnalo l’Appendice alla fine di questa pagina).
Contenti loro, contenti tutti. Il problema è che poi quegli stessi caporedattori magari ti fanno fare una prova di traduzione. Come mai tanto apparente rigore, visto che la qualità non è tra le priorità? Per esempio perché il caporedattore riceve un nome dal suo superiore, qualcuno che per cortesia nei confronti di Tizio o Caio va preso in considerazione. Oppure perché l´editore nei suoi uffici all´ultimo piano trova davvero interessante un traduttore e lo segnala al suo caporedattore-caporale. Il quale dovrà trovare il modo di soddisfare il capo senza però modificare di un millimetro le procedure (tra cui quella delle traduzioni-collage). Quel caporedattore non vorrà dunque tra i piedi qualcuno che semplicemente sappia e voglia fare bene il proprio lavoro, e che magari ponga dubbi e sollevi questioni, vorrà solo continuare con il suo ritmo e dunque togliersi dai piedi il possibile ostacolo.
Il caporedattore darà allora da fare la prova di traduzione. Che invariabilmente non andrà bene. Se sarà letteraria e libera pur mantenendosi nella fedeltà al testo originale, allora non sarà rigorosa. Se per evitare grane seguirà pur con qualche fatica il testo originale, allora sarà giudicata spigolosa e poco scorrevole. Se poi l´aspirante traduttore troverà il modo di unire rigore assoluto a libertà interpretativa, ecco che la traduzione mancherá di personalità. C’è sempre il modo di respingere una prova di traduzione senza perdere il controllo della situazione e riferendo al superiore che purtroppo, il candidato benché interessante non si è mostrato all´altezza. Il superiore non vorrà a sua volta discutere con il suo caporedattore che fa filare tutto così a meraviglia e accetterà distrattamente il verdetto.

Malafede al contrario.
Esiste anche il caso che tu, ultimo arrivato, sia accolto con entusiasmo in una casa editrice. Finalmente un traduttore degno di questo nome, ti dicono. E tu ti inorgoglisci senza domandarti come mai quella casa editrice che pubblica ducento traduzioni all´anno aspettasse proprio te per raggiungere la felicità. È Molto semplice, non hanno intenzione di pagarti. Succede che alcuni libri vadano pubblicati anche se per vari motivi si sa in partenza che saranno una perdita economica. In questi casi la casa editrice cerca spesso un traduttore che non sia dei suoi consueti, cioè cerca qualcuno che potrà non pagare o pagare con mesi o anni di ritardo senza inimicarsi i collaboratori abituali. Quindi, se vi accolgono a braccia aperte lasciate perdere, o comunque fatevi delle domande e datevi delle risposte.

Varianti.
Anni fa, avevo fatto una prova di traduzione per un famosissimo editore italiano – una casa editrice delle poche con a capo ancora un discendente del fondatore. Il mio nome era arrivato al discendente da persona autorevole, e dunque il caporedattore si era trovato costretto a considerarmi per una traduzione dal francese. Mi aveva dato da tradurre una cartella su un argomento a me sconosciuto, nel senso che non avevo la minima idea di quale fosse l´argomento generale del libro – e da quella cartella non si intuiva. Tanto per cominciare con un atteggiamento amichevole. Avevo tradotto e la pagina mi era tornata piena di opinabili correzioni in matita rossa accompagnate da un commento del tipo: “Vedendo le sue referenze, lei non mi sembra preparato a tradurre un testo di storia della Chiesa”. Che detto a uno che aveva lavorato per quattro anni per la casa editrice dell´Università Cattolica occupandosi di storia della Chiesa suonava quanto meno strano – oltre che cafone: se vuoi darmi il lavoro, dammelo, se non vuoi darmelo, non darmelo, ma insultarmi e poi darmi il lavoro è davvero da miserabili. Comunque, dopo aver dichiarato la sua contrarietà mi aveva affidato la traduzione di un testo piuttosto complesso e pieno di errori fattuali – date, luoghi, ecc. Era l´ultimo libro di uno dei più grandi storici del Novecento, ormai quasi centenne. Per fortuna, ne era già uscita l´edizione tedesca, i cui redattori avevano fatto un lavoro favoloso correggendo tutti gli errori. Avevo dunque tradotto il libro dal francese tenendo sott´occhio l´edizione tedesca per risolvere i dubbi.
Conoscendo la miseria umana di chi lavora nell´editoria e vista l´accoglienza, mi domandavo però che grana mi avrebbero piantato per rifiutare la mia traduzione. Nessuna grana, furono più raffinati. La traduzione era stata affidata a voce, ma il contratto non era arrivato e non arrivava nonostante i miei solleciti. Di figli di puttana che non ti mandano il contratto e poi ti dicono che non era neanche passato loro per la testa di farti tradurre alcunché, e però usano la tua traduzione cambiandola qui e là ne conosco, e mi aspettavo quel trucco.
Il lavoro andava consegnato a fine maggio, e il 15 maggio scrissi al caporedattore che se non mi avessero mandato il contratto firmato io non sarei stato nella posizione di consegnare la traduzione. Il contratto arrivò il 10 giugno, datato aprile. Ma il 9 giugno era arrivata anche una lettera del grande editore che mi comunicava che non avendo io consegnato nei termini stabiliti, il contratto (!) era da considerare annullato.
Il miserabile caporedattore del sud Italia era riuscito a farmi fuori tenendo bloccato l´invio del contratto e segnalando al suo capo che purtroppo aveva fatto male a fidarsi di chi aveva consigliato il mio nome. E io avevo lavorato inutilmente per due mesi.
Se voi voleste obiettare che mi sarebbe convenuto consegnare, contratto o no, vi dico che non mi avrebbero comunque pagato. C´è un trucco classico. In una famosissima casa editrice milanese, quando consegnavo la redazione di una traduzione, la prima domanda che la caporedattrice mi faceva era: possiamo contestarla? Ovvero, possiamo trovare degli appigli per comunicare al traduttore che a nostro insindacabile giudizio (come da contratto) la traduzione non va bene e quindi non la paghiamo o la paghiamo la metà? Casualmente, una delle traduttrici che volevano contestare è diventata anni dopo una mia amica tra le più care.

Andrea Antonini, Berlino, ottobre 2016

PS: sono pressoché certo che quelli di Bolzano mi avessero adocchiato perché speravano che offendomi lavoro sarei poi stato loro utile a vendere certi loro diritti. Capito che non servivo a niente in tal senso si erano tirati fuori la storia della prova di traduzione.

Appendice.
Anni fa avevo tradotto un libro per un editore di Milano. Era un libro che avevo già parzialmente tradotto per Garzanti, piuttosto brutto e poco vendibile e che per questo Garzanti su mio caldo consiglio aveva deciso di non pubblicare più: io ero stato pagato per le pagine fatte e i diritti erano tornati all’autore.
Ecco che quest’altro editore, piccolo ma ricchissimo, compra lui i diritti senza sapere del mio precedente mi affida la traduzione di quella ciofeca. Penso he va be’, era destino e mi ci metto. Se non altro so già com’è il testo (ma ho buttato via le pagine già tradotte!).
Come traduttore verifico anche tutti i dati presentati nei libri: le date, i luoghi, eccetera. E questo libro sulla “più grande invenzione di tutti i tempi” conteneva moltissimi errori. Il suo autore, un famoso saggista americano, aveva lavorato un tanto al chilo, e soprattutto aveva scritto un saggio su un inventore italiano senza conoscere minimamente la lingua e la cultura italiane. State cauti nel comprare saggistica divulgativa statunitense, spesso è un disastro.
Mi procuro l’indirizzo mail dell’autore e comincio a sottoporgli i dati errati chiedendgli di verificarli sulle sue fonti e di correggerli. Ma a ogni mia mail il saggista risponde: “Cut”. Taglia, togli tutto quello che non è giusto. Telefono alla caporedattrice e segnalo che purtroppo il libro uscirà un po’ smagrito nella traduzione. Sento il suo disappunto e forse non mi crede del tutto, comunque risponde che va bene, che ci possiamo fare?
Il libro esce, il curatore della collana, il più noto e importante filosofo della scienza italiano, mi telefona per complimentarsi, la redattrice che segue il libro mi telefona per complimentarsi, io mi telefono per complimentarmi e vista la contentezza generale chiedo alla caporedattrice se possiamo continuare a collaborare. Lei bofonchia qualcosa che sembra un si.
Da quella casa editrice non ho mai più ricevuto niente da fare, nessun lavoro. Ho anche provato a aggirare la caporedattrice andando a trovare direttamente l’editore con cui ci diamo del tu, ma niente. Chiedo allora a una mia cara amica che lavora per quell’editore di indagare sul perché la caporedattrice si rifiuti di affidarmi dei lavori, oltre tutto di saggistica che è il mio pane quotidiano.
Lei domanda, e la risposta è: anni fa, Antonini ha tradotto un libro e qualcosa è andato storto. Non mi ricordo minimamente che cosa sia andato storto, ma qualcosa non ha funzionato. Per cui Antonini qui non lavora.
Di storto era andato che mi ero occupato del mio lavoro, avevo verificato quanto stavo traducendo e la cosa aveva mio malgrado comportato la perdita di una decina di pagine. Io avrei dovuto tradurre tutto stando zitto, lasciando nascere Leonardo nel Settecento e facendo confinare l’Adriatico con il Tirreno. Qualche lettore avrebbe scritto indignato, ma le lettere sarebbero state ignorate come accade sempre e la responsabilità sarebbe magari caduta sul filosofo che però essendo intoccabile l’avrebbe assorbita come una spugna e tutto avrebbe funzionato come un orologio.
A quella caporedattrice non importa assolutamente niente di che cosa si pubblica e come – d’altra parte dirige una casa editrice universitaria, libri inutili pseudoscritti da professori che li fanno scrivere agli assistenti e che poi obbligano gli studenti a comprare. A quella caporedattrice come al giudice di The Good Wife importa che non le si rompano le scatole mentre prenota le vacanze in Provenza e che non sia obbligata a modificare il numero delle pagine sulle schede di presentazione del libro. A dire il vero non so se oggi mi comporterei in modo economicamente vantaggioso, comunque voi tenetene conto, se avete fatture urgenti da pagare.