Le scuole di redazione e di traduzione

Oggi che nessuno trova più lavoro nell´editoria proliferano le scuole di editoria: dovrebbero insegnare a tradurre, a redazionare, a correggere le bozze, a volte a trattare per i diritti d´autore, o a usare i software di fotocomposizione, eccetera.

Sono spesso costosissime. Gli insegnanti sono perlopiù quelle persone che hanno perso il loro lavoro editoriale, magari dopo trenta o quarant´anni, e che non sanno più come pagare le bollette. Questo significa che gli insegnanti sono spesso ottimi, tuttavia il concetto stesso di scuola di editoria è sbagliato. (Se non altro dovrebbe dare da pensare il fatto che i propri eccellenti professori sono disoccupati dirottati).

Fino a una quindicina di anni fa nessuno delle decine di migliaia di traduttori e curatori che dall´invenzione della stampa (se non prima) ha fatto i libri, ha mai frequentato una scuola specifica.


Il meccanico delle mie moto, ormai in pensione da decenni sempre che sia ancora vivo, capiva il problema ancor prima di toccare il motore, gli bastava sentirne il suono mentre entravo in officina. Ovviamente non aveva mai frequentato una scuola per meccanici di moto. Un buon redattore sa quando c´è un problema in un testo ancor prima di saperlo: mentre legge, improvvisamente qualcosa non gli torna, e controlla, e  trova un errore, una imprecisione, una sciocchezza sfuggita all’autore o al traduttore. Un buon redattore non è un mago, ma è una persona che ha letto molto e con molto interesse. Magari non ricorda tutti i libri che ha letto, ma la sua testa sì, e la sua testa si allarma quando si accorge di qualcosa in dissonanza con ciò che ha letto, con ciò che sa pur senza consapevolezza di saperlo.


E non solo: un buon redattore è una persona che non segue le mode, che non sta ad ascoltare gli altri, pensa con la propria testa, non si fida di nessuno, anzi diffida di qualsiasi cosa gli sia detta. È perlopiù una persona solitaria se non proprio sola.


È improbabile se non impossibile che un ragazzo di quelli che vivono in gruppo, che si scambiano messagggi senza sosta su Whatsapp, che non riescono a passare due giorni da soli senza annoiarsi, che non leggono granché né guardano la televisione (io guardo tantissima televisione), che non hanno hobby apparentemente bislacchi – è improbabile che un ragazzo del genere possa occuparsi di libri. Magari può scrivere articoli idioti per idioti su qualche rivista femmnile o su qualche rivista per l´uomo di un certo livello, niente di più.

Le scuole di editoria insegnano in un anno o due quello che una persona intelligente e dotata di una certa cultura impara in due ore – io ho imparato in due ore i trucchi del mestiere. Certo, in questa società attuale nella quale il metodo vale più della persona, questa può apparire una affermazione poco degna di fede, ma voi preferireste farvi operare da un chirurgo che ha esperienza e intuito ed è intelligente – il dottor House – o da uno che segue il manuale di istruzioni e che se qualcosa va storto si limita a redigere il vostro certificato di morte?

Tutto questo bel discorso vale anche per le scuole per traduttori: gli intellettuali vogliono far credere che la letteratura sia qualcosa di sublime, di ineffabile ai non iniziati, che una parola piuttosto che un’altra può alterare gli equilibri cosmici. Ecco dunque che nelle scuole per traduttori, le traduzioni degli alunni molto paganti sono analizzate, confrontate con quelle dei maestri della traduzione (dei poveri Cristi che volentieri avrebbero fatto altro, avessero potuto), un sacco di pippe mentali: i libri alla fin fine sono sempre tutti uguali, le frasi sono sempre le stesse, anche le trame inevitabilmente si somigliano tutte o perlomeno si incrociano.

Scrivere un libro (vedi qui il mio breve articolo sull´argomento) o tradurlo o redazionarlo è una faccenda di mestiere, non c´è niente di sublime. È un lavoro come un altro. Il bravo traduttore è una persona che, guarda un po´, ha fantasia – e che quindi non si uniforma all´opinione degli altri – ha letto tanto, e soprattutto ha senso dell’umorismo. Senza senso dell´umorismo non si può affrontare l´ennesimo romanzo in cui “lei disse – lui rispose – lei sgranò gli occhi – lui sbatté la porta preso dall’ira…” senza impazzire. Senza la capacità di non annoiarsi non si possono affrontare le cinque, sei quotidiane ore solitarie di traduzione, davanti a un computer a leggere e trascrivere in altra lingua cose di cui non importa un fico secco. La mente deve pensare ad altro mentre si traduce, la traduzione è una faccenda automatica, altro che star lì a farsi menate infinite sull´uso di un vocabolo piuttosto che di un altro: pensate davvero che tutte le sublimi analisi critiche di un corso si possano poi applicare attivamente a cinquecento cartelle di romanzo?

Potrei andare avanti ma mi sono già stufato da me, figuriamoci voi, immagino comunque che il concetto sia chiaro.

Risparmiate i soldi e leggete, se avete voglia. Se non avete voglia non leggete, non date retta a quelli che vi dicono che chi non legge è una bestia. Il 99 per cento dei libri usciti negli ultimi cinque secoli sono carta igienica, si vive benissimo anche senza sapere neanche che esistono.

Soprattutto, non date retta a chi vi dice che lavorare con i libri è una benedizione. È una rottura di coglioni immane. Non credete a me? domandate a qualsiasi redattore che l´abbia fatto per una vita. Per esempio a me.