Limbo Lucucumeri – L’angelo della morte

Limbo Lucucumeri
L’angelo della morte
circa 300.000 battute

Una faccenda di esportazione di spazzatura radioattiva in Africa e la losca vendita di terreni e case in Portogallo. Burulli arriva a Milano dalla Francia pensando di occuparsi di affari e invece viene ammazzato dall’amico e socio. Descrizione dettagliata dell’omicidio. Quelli che volevano fare i soldi con i terreni rubati rimarranno a loro volta fregati. L’assassino verrà condannato all’ergastolo. Minuziosi particolari toponomastici – quasi da querele.

Tutto qua. Non concedo attenuanti a questo Lucucumeri, che ha messo insieme un racconto vuoto ma pretenzioso, noioso sino all’esasperazione. I personaggi, tagliati giù grossi, fanno conversazioni che sono sì realistiche, ma forse proprio per questo insopportabili. Non c’è una idea che sia una, è un collage di frasi fatte, situazioni da telefilm poliziesco italiano, battutacce messe lì evidentemente perché i criminali parlano così. La prima parte è l’omicidio, poi l’indagine, con gli interrogatori ai testimoni e condanna finale. Uno si aspetta che accada prima o poi qualcosa che giustifichi il libro, e invece niente. Angelo della morte è solo il soprannome di uno della ghenga (Todesengel) – un titolone sprecato.
Insomma, non c’è trama, i dialoghi sono inutilmente complessi, i personaggi appena abbozzati. Si aggiunga l’evidente e fastidioso autocompiacimento dell’autore per la propria scrittura. Le lunghissime deposizioni dei testimoni (persino in corpo minore) distruggono. I pochi personaggi che potrebbero intrigare, ad esempio la moglie dell’ucciso, vengono subito messi da parte. Un disastro.
Non è poi chiara l’intenzione dell’autore. Non c’è abbastanza di nessun ingrediente per dare un’intonazione al racconto. All’inizio si pensa di avere di fronte l’opera di un Carlo Manzoni in versione neorealista, o un Marlowe alla milanese. Più avanti ci si orienta per un giallo-analisi di un delitto, ma si sa già cosa si leggerà tre pagine dopo: improbabile. Un giallo-happening?, un fatto così com’è?, un’azione semplicemente presentata? Ma è scritto troppo male, troppi squilibri. Chissà.
Lucucumeri, poi, non si è nemmeno documentato: addormenta la vittima con dieci gocce di Lexotan – che non è un sonnifero, e dieci gocce le danno ai ragazzini ansiosi per l’interrogazione. Mostra sciatteria: numerosi refusi testimoniano una scarsa rilettura e do per buono che quella conversazione a due in cui a un certo punto il botta e risposta si incasina e si invertono le parti sia dovuta solo a poca dimestichezza con i segni ortografici. E vorrei proprio controllare se all’hotel Michelangelo c’è la stanza 17.

Al mittente.


Andrea Antonini

(12 settembre 1998)
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