Louise Rafkin – Other People’s Dirt. A Housecleaner’s Adventures from Cape Cod to Kyoto

Louise Rafkin
Other People’s Dirt. A Housecleaner’s Adventures from Cape Cod to Kyoto
circa 325.000 battute

La Rafkin, con una laurea in tasca, anziché dedicarsi alla correzione di bozze o alla battitura di testi, come finiscono con il fare i suoi compagni di studi, si dà alle pulizie, di case, di uffici, in proprio, con un’amica, per conto di grandi imprese, in Giap­pone.
L’autrice racconta la propria vita tra prodotti detergenti e aspirapolvere di marca. Racconta della propria famiglia, da cui probabilmente ha tratto la smania per il pu­lito, degli amici. Parla del proprio lavoro, dagli inizi sino all’avventura in Giappone (la cui atmosfera vagamente zen s’è già vista mille volte), con dissertazioni sui vari tipi di sporco e discorsi sul legame sporcizia / disordine – persone (davvero esisteranno i Messies Anonymous descritti a pagina 52?).

Questo libro è piuttosto noioso, ma forse la responsabilità non è tutta della Rafkin, ma anche di un editor maldestro. Non è un testo comico, né per argomenti né per scrittura. Non è un’autobiografia sia pur singolare. Non è un libro interessante per contenuti. L’inizio ammicca al quarantenne richiamando l’eccezionale donna di servizio dei Jefferson e quella terrificante serie di telefilm che era U.N.C.L.E. – ma ‘non attacca’. Ci sono ripetuti tentativi di coinvolgere il lettore parlando di faccende quotidiane di cui di solito si tace – come il fastidio per le unghie tagliate lasciate in giro (tranne quelle di qualcuno di cui ci sia appena innamorati, di qualcuno «you have only just, and I mean min­utes ago, fallen in love»), il gioco è però talmente grossolano che annoia. La Rafkin mostra di apprezzare Mel Brooks, di cui cita Get Smart (che è forse il telefilm più divertente e intelligente mai prodotto), ma non ha capito granché di comicità, insistendo a voler ‘fare la simpatica’.
Fossi stato l’editor della Rafkin le avrei consigliato di raccontare in modo piano le sue vicende, senza voler strafare; di raccontare con serietà, perché da un certo punto di vista questa è una vita che lascia intravvedere un possibile ricco sviluppo narrativo, divertente di per sé. Non è lo «sporco degli altri» a essere interessante, è la Rafkin – ma lei forse non lo sa e si annacqua.
È la singolare piega presa dalla sua vita a intrigare, sono le sue intime soddisfazioni a renderla amabile; è deliziosa quando racconta di come non possa mai smettere di pulire – ma la sua non è un’ossessione, è una sorta di way of life, o quando parla di suo padre che acquistava solo oggetti usati. Anche il fratello commerciante di droga era uno spunto mica male. Ma tutto ciò viene pochissimo sviluppato. L’amica / collega di pulizie, sempre chiamata con le iniziali, è una figura di qualità, ma anche lei rimane in disparte.
Insomma, poco abile o mal consigliata, la Rafkin ha messo insieme un libro mode­sto.


Andrea Antonini