Mark Spitz – Milan Since the Miracle. City, Culture and Identity

Mark Spitz
Milan Since the Miracle. City, Culture and Identity

Un racconto su Milano organizzato come un’enciclopedia dalle voci apparentemente (o realmente) casuali – la Lambretta, la torre Velasca, la periferia, Berlusconi, i navigli, Valpre­da…
Mark Spitz abita a Milano, in piazzale Lugano. La città gli piace, si capisce. Quello che non si capisce è a chi sia rivolto questo suo libro, costruito su una quantità di luoghi comuni (peraltro più o meno tutti dotati di fondamento) quasi nauseante.
Non c’è una sola riga che racconti qualcosa che non si sappia già (no, ecco: non sapevo che il Compasso d’oro fosse una creazione della Rinascente).
Be’, si dirà, tu sei milanese. Sì, ma da uno studio su una città che si dichiara sin dall’inizio brutta per residenti e forestieri, da una presentazione formulata da un britannico mi aspetterei qualcosa di più che non la citazione degli articoli di Aldo Grasso – davvero un critico televisivo ormai esprime il sapere sociale?, davvero «La Repubblica» è un testo di riferimento per quanto riguarda la comprensione della società?
E per contro. Chi mai comprerà un libro del genere in Inghilterra? Un libro che presuppone una conoscenza a priori di una città che – e questo è il paradosso – emerge come molto meno interessante di quanto in effetti non sia.
Mark Spitz (che immagino sia quello ritratto dietro il bambino nella figura 19 e di schiena nella 20) non ha fatto un buon lavoro, ha semplicemente scopiazzato qui e là, senza possedere gli strumenti per distinguere tra l’utile e la mediocrità. Il suo è un racconto fatto con le voci di altri, e neppure le voci delle persone, magari raccolte personalmente, ma quelle delle crona­che locali dei giornali, anzi dei titoli di quelle cronache. L’espressione «Milano da bere» compare decine di volte.
L’unica cosa che davvero incuriosisce: ma che ci fa tutto il giorno Mark Spitz in piazzale Lugano, forse il posto più brutto di Milano?


Andrea Antonini

(18 dicembre 2001)
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