Norman Lebrecht – The Song of Names

Norman Lebrecht
The Song of Names

Poco prima dell´inizio della seconda guerra mondiale un ragazzino, promettente violinista, arriva in Inghilterra accompagnato dal padre; è venuto per diventare allievo di un famoso insegnante e viene temporaneamente ospitato dalla famiglia del signor Simmonds, un commerciante di spartiti e organizzatore di concerti a prezzi popolari.
La permanenza da provvisoria si trasforma in definitiva quando il padre del ragazzino, che si chiama Dovidl Rapoport, torna urgentemente a Varsavia per occuparsi di un malanno della moglie e lì rimane intrappolato dall´invasione tedesca.
Dovidl fa subito amicizia con il figlio di Simmonds, suo coetaneo e protagonista in prima persona del racconto. Più che di amicizia si può parlare di un legame a volte opprimente – Dovidl stabilisce subito i ruoli: io ho intùito, capisco le cose, ma tu sai quello che succede; mi informerai e io interpreterò il mondo per tutti e due.
Il giovane violinista rimane però presto senza maestro, fuggito in Olanda pensando di trovarvi rifugio da ebreo (sia Dovidl sia i Simmonds sono anch´essi ebrei), ma facendo purtroppo una pessima scelta.
Viene proposto di trovare un altro insegnante, ma Dovidl rifiuta e continua a studiare per conto suo facendo enormi progressi.
Gli anni passano, i due amici crescono e l´abilità al violino del polacco si fa sempre più stupefacente, fino al giorno in cui il giovane Simmonds, Mottl per gli amici, propone di presentarlo in concerto – un concerto avvenimento, la rivelazione di un genio. (Dovidl è sempre più abile anche al gioco d=azzardo, grazie a un metodo tutto suo – ma si mette nei pasticci con “certa gente”)
Ma a quel concerto Dovidl non si presenta, anzi scompare del tutto; viene informata la polizia, il ragazzo viene anche ricercato per furto, essendo in possesso di un prezioso Guadagnini comprato per lui e prestatogli da Simmonds padre.

Questi i ricordi che invadono Mottl allorquando si ritrova a far parte della giuria di un concorso destinato a giovani musicisti, intitolato alla memoria di suo padre. C=è chi suona benino, altri meno, ma tra tutti un giovanotto inglese di nome Peter, pur non brillando nel complesso, gli fa tornare in mente quel rubato del suo vecchio amico polacco B lo riconoscerebbe tra mille, e ha un non si sa che di incontaminato, di purezza musicale (sic).
Decide di dare un premio a Peter, con il quale riesce a conversare pochi minuti lontano dalle orecchie della madre e a scoprire che è sì allievo di un paio di mediocri maestri, ma che frequenta anche la casa di un vecchio ebreo ortodosso, che ha accettato di dargli lezioni una volta alla settimana in cambio della sua opera di accenditore di caldaia il sabato, giorno in cui gli ebrei più bigotti non possono fare niente, neanche accendere un fiammifero. Ci va di nascosto, la madre di Peter odia gli ebrei, in particolare “quelli là”.
Mottl capisce che quell´ebreo è Dovidl e va a cercarlo. Lo trova. Fa parte di una setta ebraica tra le più rigorose, Dio di qui e Dio di là, donne di qui e uomini di là – non ci si tocca, niente lingua inglese, e il latino al rogo.

I due si ritrovano alcuni giorni dopo il primo incontro per una spiegazione.
Era andata che il giorno del concerto, Dovidl si era perso ritrovandosi in una zona deserta e a lui sconosciuta della città. Gira che ti rigira era finito in una bottega luogo di ritrovo di molti ebrei ultraortodossi che l=avevano convinto a restare con loro a piangere i morti. Dovidl aveva perso i genitori, e i tipi della bottega, attraverso una litania cantata con i nomi degli ebrei conosciuti sui treni di deportazione (la Song of Names), gli avevano rivelato la sorte tragica dei suoi genitori.
Insisti adesso, insisti poi, i barbuti ebrei riuscirono ad allontanare Dovidl dal mondo, anche minacciandolo di oscure persecuzioni da parte della polizia britannica B in fin dei conti aveva rubato un violino. Ma stai con noi, Dio è tutto, che sarà mai un concerto, già che ci siamo ti impari a memoria la Torah B Dovidl era un po= labile e alla fine era rimasto con i compari di religione e si era rifatto una vita.

Contento tu, dice Mottl, ma tu mi devi qualcosa: hai quasi mandato a remengo la ditta di mio padre con un bidone che ha rovinato il suo buon nome, ti sei fregato un violino da tre milioni di dollari, hai fatto stare tutti in pena, quindi ora darai quel concerto cui sei mancato quarant´anni fa. Ma no, ma sì, ma dài, ti prego, su non piantare grane, non ho proprio voglia – se non suoni ti denuncio per il furto del violino. Ah be´, allora accetto.

Secondo concerto, secondo bidone. Dovidl finisce (forse) fuori strada con la sua macchina. Visto che è morto il concerto salta, ma Mottl ne esce benone, la faccenda gli ha rinnovato l´anima (non è ben chiaro il meccanismo), anziché andare in pensione come vorrebbe la moglie mette in piedi succursali della sua azienda, assume gente, fa e disfa, soldi a palate.

Anni dopo rientra in possesso del violino Guadagnini, cui è allegato un biglietto: scusa tanto, ma sai, la mia religione, e la famiglia, e gli altri ebrei; me ne vado a farmi una terza identità, auguri, scusa, ecco il violino, ciao.

Tutto è bene quel che finisce bene B anche se Mottl Simmonds si chiede come farà a vendere il violino visto che risulta rubato, e se dice come lo ha riavuto sono pasticci, eccetera. Racconterà la sua storia al giornalista Lebrecht B l´autore di questo libro. Ma non ho capito se è una trovata dell=autore o se la storia abbia fondamento.

Ora: la trama in sé non è niente male. Zaffate di retorica (meglio essere un ebreo come tutti gli altri che essere tra i migliori violinisti B che senso ha se non si può essere il migliore?); ondate di idiozie: lo spiegone del fatto che ciò che rende libero un solista è il rubato di contro al tempo metronomico, semplificazione che serve a spiegare come mai Mottl riconosca Dovidl nel suono di Peter. Tutta roba che comunque più di tanto male non fa.
Il vero problema è che Lebrecht è prolisso, lungo, lento. Fino a p. 40 uno si vede condannato a un pomeriggio di noia abissale. Poi improvvisamente il libro decolla, ma ci sono pagine su pagine inutili, discorsi del tutto superflui, descrizioni irrilevanti. Addirittura tutta la parte in cui Simmonds figlio apre una filiale dell´azienda, con la ricerca di un agente, eccetera: si capisce che l´autore vuole far capire al lettore che è una nuova vita, che quella nuova dipendente è il clone di quella di quarant=anni prima e via così, ma sono in tutto una trentina di pagine buttate via B che aggiunte alla prime quaranta fanno già settanta pagine di carta straccia.

Lebrecht è autore di companions su compositori, di una storia della direzione d´orchestra, di un libro sull´industria del disco di musica classica, scrive articoli, ha l´argento vivo addosso.
Ma purtroppo ha sprecato una bella occasione – che si sia inventato lui la storia o gliela abbiano raccontata. Il suo libro è sempre in bilico tra il versante della noia e quello della banalità che piace e gratifica, pur con degli eccessi da calciatore che fa il colto: ah, quando entrerà un novello Kreisler per quella porta?!

Rimandiamo a casa Lebrecht con i suoi ebrei barbuti.

 

Andrea Antonini
(10 maggio 2002)