Paolo Tarallo – La leggenda di Nascinguerra (l’uomo a cui fu sottratta l’anima)

Paolo Tarallo
La leggenda di Nascinguerra (l’uomo a cui fu sottratta l’anima)

Trama: nel 1976 un pittore istriano viene avvicinato da un giornalista inglese durante la vernice di una sua mostra. Il giornalista non è un critico d´arte, anzi, d´arte non ne sa niente. Che vuole questo da me? si chiede il pittore.
Il giornalista vuole raccontare a Adelchi (il nome del pittore) la strana storia di un altro istriano, tale Nascinguerra, pescatore vissuto prima della guerra e morto appena dopo – il giornalista era cronista di guerra in Italia, e tutto finito, aveva avuto il permesso dal suo direttore di scrivere degli articoli di colore. Per caso era venuto a conoscenza della strana vicenda del pescatore.
Nascinguerra nel ’36 aveva fatto naufragio, lo avevano ritrovato grazie a un gabbiano suo amico, aveva perso la gamba, nell’agonia si era affidato a Dio e poi sembrava avesse venduto l’anima al diavolo in cambio di una gamba nuova. Dopo di che muore.
Il giornalista Charles è scrupoloso, indaga, chiede agli amici di Nascinguerra, al parroco, sta a pranzo e cena da loro – il tutto durante l’evacuazione di Pola e con il ricordo delle violenze contro gli italiani da parte dei partigiani di Tito.
Una volta che Charles ha raccontato tutto a Adelchi può anche morire, e infatti precipita con l’aereo sette mesi dopo.

Trama sgangherata, con troppe idee che meritavano una migliore elaborazione. Tarallo scrive con diligenza, non ci sono due parole che si ripetano troppo vicine o in rima, né termini non precisi o non adatti. Le descrizioni dei luoghi e delle circostanze sono precise, i personaggi parlano senza intoppi e non si interrompono mai a vicenda, usando un linguaggio forbito, persino il giornalista inglese conosce a meraviglia l’Italiano – evidentemente tutti chiacchierano leggendo un gobbo.
L’autore non conosce la moderazione, il lettore gli è indifferente. Dice tutto quello che deve dire, ma proprio tutto, non gli basta un accenno, un’allusione, un sottintendere.
Niente di male, è forse il primo difetto degli scrittori dilettanti, ma qui il libro è molto lungo e il rancore aumenta in proporzione con il numero delle pagine.

È un raccontare, quello di Tarallo, che appartiene ad altre epoche letterarie, che ci si poteva forse permettere settant’anni fa nei romanzoni a puntate sui giornali benpensanti. Non c’è guizzo d’ironia, le emozioni sono stereotipate (il paese che regala una nuova barca a Nascinguerra), la pessima fiaba (il gabbiano che conduce sul luogo del naufragio) si accompagna con brutte annotazioni di costume (il carattere dei friulani). La banalità è costante (la maestra di scuola in pensione che chiacchierando è cordiale, ma che se deve spiegare qualcosa assume un tono severo e didattico), la faccenda del bisnonno del Nascinguerra, vissuto all’inizio dell’Ottocento, è un’altra occasione per raccontare la “terra friulana”, il clima del passato, e la Russia, e il passato e via così: l’autore vuole a tutti i costi farci sapere che sa delle cose. Evidente è l’intenzione di scrivere un romanzo diciamo così, didattico, che ricordi al lettore la questione istriana, e come sia stata sistemata (con l’indifferenza) dal governo italiano di De Gasperi e dall’indifferenza degli alleati. Troppo, tutto troppo.

Il sessantacinquenne Tarallo ha troppe ambizioni letterarie. Già la forma grafica del manoscritto (una stampata in forma di libro, con tanto di note al piede e il “finito di stampare…” lasciato in bianco nell’ultima pagina) segnala questa ambizione. Con il suo materiale immagino si potesse tirar fuori un racconto lungo, sobrio, probabilmente invendibile ma dignitoso e forse anche bello. Che dirgli? Punterei sul fatto che il manoscritto non è troppo male, ma che oggi come oggi stile e contenuti non possono funzionare oltre tutto ammassati con frenesia.

 

Andrea Antonini
(6 marzo 2001)
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