Peter Spiegelman – Black Maps

Peter Spiegelman
Black Maps

John March è un investigatore privato, ex poliziotto o meglio, ex sceriffo di un paesino americano. Tramite il suo amico Michael Metz, avvocato, viene ingaggiato per scoprire chi tenti di ricattare tale Rick Pierro, brava persona (forse) che vent’anni prima aveva lavorato per una banca nota per i giri loschi di riciclaggio di denaro. Pierro probabilmente non ha nulla da nascondere, ma per quieto vivere preferirebbe comunque trovare chi gli ha mandato per fax una serie di documenti compromettenti, preferirebbe trovare un accordo.

John March non capisce (se non ha niente da nascondere, perché allora?…) ma si adegua e inizia le sue indagini.

Il problema è che se oggi l’FBI ficca il naso dappertutto in quella banca, e perciò oggi i documenti e le notizie vengono tenuti il più possibile segreti, vent’anni prima le carte ricevute da Pierro giravano per le mani di molte persone.

March ripesca chi ha mandato fisicamente il fax, una barbona che salva da un pestaggio da parte di un gruppo di teppisti, poi non cavandone niente pensa di andare a trovare altre persone che vent’anni prima avevano avuto a che fare con un torbido personaggio al centro del ricatto, possibile o reale, il misterioso Nassouli, amabile quanto delinquente, pronto a offrire la propria donna ai clienti o a uccidere, se necessario (e la moglie del cliente Pierro era stata a suo tempo una delle donne di Nassouli), quello per cui tutti i ricattati o potenziali tali hanno di che aver paura.

Arrivati a questo punto, il libro si arena. John March va trovare questo e quello; viene accolto male. C’è chi vuole togliersi un peso e tra le lacrime racconta la vita in quella banca infernale, con l’infernale Nassouli. C’è chi scappa, o chi minaccia con la pistola tanto è terrorizzato dal ricordo. Nel frattempo ci sono gli incontri periodici con il cliente, e quelli con l’esperto di archiviazione dati della banca, nella speranza di scoprire chi abbia avuto accesso di recente alle notizie compromettenti. C’è l’amicizia di John March con una simpatica vicina di casa di origine orientale, ci sono le sue beghe famigliari, con le feste per il giorno del Ringraziamento, la sorella, un’amante che si incavola quando lui le propone qualcosa in più del sesso.

March s’incrocia malamente con l’FBI, con un agente sua vecchia conoscenza, che prima gli dà una manica di legnate (così impara a impiccarsi di affari non suoi) e poi accetta un accordo di collaborazione durante uno sgangherato incontro con un giudice.

Di fatto, arrivati a pagina 300, dopo almeno centocinquanta pagine di tergiversazioni, è chiaro che non ci si può più aspettare niente, nessun colpo di scena, nessun mistero svelato, niente. E infatti è così. Le ultime pagine riportano scene di violenza (con la vicina che dice: ma guarda come sei conciato), e vien fuori il colpevole: uno dei tanti tizi incontrati. Ma il finale, appunto, è loffio quanto la seconda metà del libro.

Ora, Spiegelman scrive molto bene, dal punto di vista dell’uso della lingua: le sue frasi sono costruite con ritmo, senza alti e bassi, i personaggi sono credibili e la storia è assemblata bene. Solo che forse dovrebbe dedicarsi ad altri generi. I personaggi parlano e parlano, dieci, quindici righe e più di monologhi, spiegando e questo e quell’intreccio. Tutto è molto elegante, ma quegli stessi personaggi che parlano con proprietà di linguaggio anche se sono barboni ubriachi, in realtà non emergono mai. Solo la moglie di Riepp, l’avvocato Metz e qualche figura minore assumono fisionomie riconoscibili. Gli altri rimangono alla prima presentazione: era alto uno e ottanta, smilzo, dai lineamenti marcati…

E poi per l’appunto, la storia. D’accordo che i gialli (che poi questo non è neanche un giallo, è un metagiallo, un racconto su un potenziale racconto giallo) sono alla fin fine un po’ tutti uguali, e che le differenze spesso sono date da minuzie, particolari, una idea diversa. Ma qui manca anche quell’idea, mancano le atmosfere, non si partecipa. Storia loffia, tutto troppo patinato, sembra una commedia teatrale. I personaggi meglio riusciti escono subito di scena. La misteriosa figura di Nassouli (in realtà morto tre anni prima della vicenda) avrebbe potuto essere una miniera d’oro di possibilità narrative, e invece percorre il libro come un mediocre convitato di pietra. E così via di difetto in difetto.

Dovesse scrivere qualcosa d’altro, questo Spiegelman (che mi sembra di capire sia un esordiente), diamogli un’occhiata, ma questo libro può tornare tranquil tranquillo al suo agente.

Andrea Antonini
(30 agosto 2002, per Sonzogno?)
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