Quark XPress con 5 euro – ovvero, il bisogno aguzza l’ingegno

Anni fa dirigevo una casa editrice di belle speranze. I soldi erano pochi e mi resi presto conto che avrei dovuto occuparmi in prima persona di molte delle fasi produttive che di solito sono delegate esternamente. Prima fra tutte la fotocomposizione dei libri.

Non c’erano i soldi per pagarla il prezzo di mercato. Decisi quindi di farla io, ma non ne sapevo molto di fotocomposizione. Andai allora a trovare un vecchio tipografo che conoscevo e che tempo prima mi aveva anche insegnato a usare la linotype e mi feci spiegare tutto. Anche una volta capiti i meccanismi restava però il problema del software di fotocomposizione, tecnicamente chiamato di Desktop Publishing. Il problema non era imparare a usarlo – in una settimana si padroneggia qualsiasi software -, era il suo prezzo.

Oggi il software di Desktop Publishing che va per la maggiore è InDesign di Adobe, ma fino a una decina di anni fa tutti usavano XPress. Un programma molto potente che costava uno sproposito, nel 2007 ci volevano millecinquecento euro per l’ultima versione. Giravano copie pirata, ma non avevo nessuna voglia di tenere in studio software illegale.

Un giorno mentre facevo la spesa al Lidl qui a Berlino mi cadde l’occhio su una rivista di software che offriva in omaggio una vecchia versione di XPress – cinque euro! La comprai di corsa. Quella versione di XPress non solo era vecchiotta, ma era anche molto semplificata, tuttavia faceva tutto quello che serviva per produrre un libro. Certo, l’undo era limitato a una sola azione, non c’era alcun file di help (dovetti comprare un manuale a parte), la gestione dei colori era primitiva, però funzionava.

Ma c’era un inghippo. Pochi sanno che quando in tipografia (piombo o fotocomposizione è uguale) ci si trova di fronte ad alcune sequenze di lettere come per esempio “fi” o “fl”, non si usano lettere separate f + i oppure f + l, ma singoli caratteri che incorporano in un colpo solo i due o tre caratteri di quelle sequenze. Questo perché per esempio f + i è brutto da vedersi stampato, con quel puntino che cozza con la curva della f, così si fa fondere il puntino con quella curva: f + i è dunque un carattere unico, “fi” (vedi l’immagine sotto). Con i caratteri f + l va anche peggio, la curva della f quasi si sovrappone alla stanghetta della l, e il trattino troppo corto lascia un poco elegante spazio bianco tra le lettere; allungando il trattino e appoggiando (non sovrapponendo) la curva della f alla stanghetta della l, il carattere “fl” armonizza la vicinanza di questi caratteri così incompatibili graficamente.

Ora, quel software da cinque euro funzionava bene, ma era così vecchio da poter gestire solo i caratteri fondamentali, quelli della tabella ASCII, e non i caratteri con codice Unicode, tra cui quelli fi, fl, ff, ecc.

Mi inventai una soluzione di cui sono tuttora molto contento: rimappai i caratteri non ASCII che mi servivano. Ai caratteri speciali fi, fl, ff, ecc. attribuii cioè i codici ASCII delle parentesi graffe, del simbolo del dollaro, e di altri caratteri che non si usano praticamente mai.

Così quando battevo il tasto del carattere { , in realtà usciva il carattere

mentre battendo il tasto } usciva il carattere 

e così via.

La cosa funzionò, anche se a volte gli autori che ricevevano i pdf per la revisione li trovavano pieni di parentesi graffe. Ma il software della favolosa tipografia Grafica Veneta leggeva senza problemi i file, e così l’editore risparmiò un sacco di soldi.

Feci io la fotocomposizione di tutti i libri, devo dire divertendomi e con risultati notevoli dal punto di vista dell’eleganza compositiva della pagina. Con le traduzioni, a volte modificavo il testo allungandolo o accorciandolo alla bisogna perché chiudesse bene la pagina o non mi facesse un righino. Vantaggio di essere traduttore, redattore e fotocompositore allo stesso tempo.