Richard Cohen – By the Sword. A history of gladiators, musketeers, samurai, swashbucklers and Olympic champions

Richard Cohen
By the Sword. A history of gladiators, musketeers, samurai, swashbucklers and Olympic champions

Il titolo descrive con precisione il contenuto: la storia delle spade (dal fioretto in su) e soprattutto la storia dei personaggi reali o letterari che hanno utilizzato una qualche forma di spada, dai greci fino a Marx, ai campioni del Novecento.
Posto che settecento cartelle su un argomento fortemente settario come questo lasciano da subito perplessi, va anche detto che non risulta chiaro quale fosse l´intento di Cohen.
L´autore sembra essersi bene informato, e ha avuto una buona capacità di mettere assieme le varie notizie. Tuttavia non è chiaro quale sia il senso di questo libro.

Sembra più costruito sulla base del materiale disponibile che seguendo un progetto personale – questo fa sì che si incappi in frasi come: “In the Middle Ages, a time of intense superstitiousness, the sword­smith was believed to employ a magico compund of gold, silver, copper and lead, a so-called ´Elec­trum Magicum´, as part of his craft. Under the influence of the stars he was believed to be able to impart supernatural strength to both swords and armor”. Tutto il Medioevo? Dappertutto? Ma questo è un luogo comune, un po´ pochino per un´epoca in cui la spada era di fatto l´unica arma personale. In compenso l´autore si sofferma a lungo su una dinastia di spadaccini italiani, i Mangiarotti (di uno ne sbaglia sistematicamente il nome, “Guiseppe”), enumerando le medaglie vinte ora qui ora là. Sì, ma è veramente significativo?
Nel complesso non si ha mai il senso dell´importanza della spada (del fioretto, della sciabola) nel contesto descritto. Marx spadaccino, d´accordo, e allora?
Mi fa lo stesso effetto che sentirmi raccontare che Engels faceva il mangiafuoco per i nipoti.

D´altra parte l´autore sembra serio, di suo, e onestamente qui e là il suo libro è piacevole. Ma ha voluto strafare. Se voleva scrivere un libro ameno, pieno di storie come di aneddoti, ha ecceduto in lunghezza. Se era sua intenzione redigere un libro di riferimento, il risultato è mancato: troppa aned­dotica, storica e personale (“His father was a self-made businessman who specialized in whole saling fashionable clothes to the cheaper end of the market” – B e chi se ne infischia?), e poco rigore. Qui e là piacevole da leggere. Una follia tradurlo.


Andrea Antonini

(2 giugno 2002)