Robert Whiting – Tokyo Underworld. The Fast Times and Hard Life of an American Gangster in Japan

Robert Whiting
Tokyo Underworld. The Fast Times and Hard Life of an American Gangster in Japan
circa 720.000 battute

La biografia di Nicola Zappetti, un italoamericano trasferitosi in Giappone subito dopo la guerra, è un’occasione per parlare della rinascita dell’economia giapponese e del suo svilup­po fino a oggi, rinascita in primo luogo stimolata dal mercato nero degli anni Quaranta e dalle numerose attività mafiose o genericamente illegali che da sempre affiancano l’attività econo­mica ufficiale, ottenendo peraltro pubblico riconoscimento.
Zappetti riesce a mettere in piedi commerci di flipper, si converte in lottatore di sumo, infine in un abbandonato ex bagno turco, dopo la galera per un bislacco furto di diamanti, si ripro­pone di far soldi con un ristorante e ci riesce, diventando via via amico dei peggiori nomi di Tokyo e additato lui stesso come capo della mafia dai giornali americani.
Ma i gusti cambiano, e in tempi recenti mezzo cieco per un laser che casualmente gli brucia l’occhio, con infarti, invalido, dovrà abbandonare la pizza e i piatti classici per seguire i gusti giapponesi, che già troppo avevano concesso alla cucina occidentale.
La scorrevole scrittura di Whiting rivela la sua familiarità con la mentalità giapponese. Senza mai scendere in particolari pesanti o raccapriccianti, il suo libro si contrappone all’immagine di un Giappone eticamente perfetto, di successo solo grazie alla volontà ferrea e alle buone idee dei suoi abitanti – si pensi ad esempio al bel libro di Akio Morita sulla Sony –, e permette di comprendere come dal nulla si possa arrivare in pochi anni a essere la terza potenza economica mondiale.
Vengono anche rintracciati gli episodi che, con abile regia, hanno permesso ai giapponesi di ristabilire la propria autostima, come ad esempio gli incontri di lotta truccati tra giapponesi e americani, sempre persi da questi ultimi – e motivo inoltre dell’enorme aumento della produzione di televisori. Ma moltissimi sono gli argomenti – le carceri giapponesi e il curioso sistema giuridico locale, dominato dalla necessità per la polizia di non perdere la faccia (ovvero, chi è arrestato è per forza colpevole); il difficile rapporto della popolazione con l’Occidente, odiato e ammirato; il comportamento delle truppe d’occupazione, che con traffici illegali riuscivano a rimandare in America più soldi di tutte le paghe messe insieme; la ricostruzione delle città e l’immagine da proporre al mondo: le olimpiadi; le bische e la prostituzione; eccetera.
Insomma, tra storie locali e macroeconomia, un’opera originale e interessante. Resta da vedere se l’argomento possa attirare, tenendo anche conto di una narrazione che in parte sembra artificiosamente edulcorata – i criminali ricordano talvolta Bud Spencer e Terence Hill.
Da valutare.

 

Andrea Antonini
(9 dicembre 1998)
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