Sandy Balfour – Pretty Girl in Crimson Rose

Sandy Balfour
Pretty Girl in Crimson Rose

Sandy Balfour nasce a Johannesburg all’inizio degli anni Sessanta. Nel 1983, all’età di ventun anni decide di partire, di attraversare l’Africa e l’Europa in autostop assieme alla sua ragazza, e possibilmente di non tornare più in Sudafrica (mentre la ragazza conta di stare via solo un anno).
E così fanno, mangiando in tenda, imparando un po’ delle lingue dei paesi che attraversano, chiacchierando.
In verità non si tratta solo di un desiderio di avventura. Il giovane Balfour vuole anche evitare di essere arruolato nell’esercito dell’apartheid in un momento particolarmente critico in Sudafrica. Una specie di diserzione.
Dei sei mesi di viaggio il lettore viene informato molto brevemente, così come della vita di Balfour a Londra. Il ragazzo cambia mille lavori, trova casa, dopo diciotto mesi di permanenza in Inghilterra decide che è tempo di fare nuovi viaggi. Diventa produttore televisivo, la sua ragazza (è sempre definita girlfriend, il nome non c’è mai) resta incinta due volte. Mandela esce di prigione, Balfour ora è a Mosca, ora in America, ora in Grecia, ora in Africa.
Ma sempre e sempre non si ha idea di come riesca a costruirsi una vita del genere.
Di sicuro è una scelta stilistica. Per Balfour l’autobiografia fa solo da sfondo per parlare dei cruciverba, una passione che nasce tardiva e che lo coinvolge sempre di più, fino a quando dopo anni e anni riuscirà a pubblicare il proprio cruciverba sul «Guardian» di Londra. E a sua volta, il cruciverba è una griglia interpretativa, una metafora che Balfour utilizza (o da cui è utilizzato) per raccontare la vita e la propria rinascita con una nuova identità lontano da un Sudafrica cui non tornerà più.
Va detto che a quanto pare, i cruciverba inglesi sono molto più sofisticati dei nostri pubblicati nella pagina dei giochi dei giornali o sui settimanali di enigmistica. A quanto pare le definizioni (di cui nel libro sono riportati numerosi esempi) risultano estremamente criptiche, e non terminare un gioco dei più difficili sembra essere la norma.
Spesso le definizioni vanno intuite, si tratta di giochi di parole, o di anagrammi, in generale di microcostruzioni linguistiche che fanno appello all’inconscio del giocatore più che alle sue conoscenze.
E questo spiega il tentativo dell’autore di utilizzare questo gioco per definire/interpretare la vita: «Crosswords tell stories about ourselves. Crosswords express our humanity. Crosswords are the representation of an unspoken bond, between setter and solver, between paper and reader, between words and life» (p. 54).
Balfour torna spesso su questa sua filosofia, a metà tra Wittgenstein e le affermazioni di un ubriaco. Trenta pagine dopo la frase citata si domanda: «In crosswords we tell stories about ourselves. But who is telling the story? […] It is the solver, or it is the setter?» (p. 89).

Non saprei come definire questo libro. Balfour sa scrivere, e d’altro canto è un giornalista esperto. Il suo libro è costruito perfettamente, e lo stile è in un certo senso perfetto. Ma il libro appare più un esperimento su come scrivere alla perfezione centosettanta pagine di nulla che un vero e proprio racconto, seppure al limite della non-fiction.

La scrittura di Balfour è perfetta ma gelida. L’autore non concede mai niente al lettore, non gli fa sapere niente al di là di una serie di brevi comunicazioni – stato lì, visto tizio, tornato là. Il che è un problema che va oltre la frustrazione della curiosità, ma riguarda il senso stesso del libro. Il cruciverba come vita mi risulta tutto sommato incomprensibile se manca la vita cui fa riferimento, e d’altro canto non è pensabile che ogni lettore possa adottarlo per sé, per vedere com’è.
Quando Balfour scrive: «Ten years later […] I am in Moscow […]. I have brought with me three pieces of identity. I have my British passport. I have my South African identity document. And I have the second anthology of Guardian crosswords» (p. 64), non dice proprio niente sulla costruzione della propria identità. E neanche quando afferma che «I could have walked away from crosswords. But I didn’t. I could have been South African. But I’m not. In my mind these two processes are inextricably linked» (p. 61).

Viene naturalmente il sospetto che il tutto sia una colossale presa in giro, che in realtà questo sia un libro umoristico, quando per esempio si viene messi di fronte a una profonda verità come: «[The cows] are part of the landscape of our lives. You could say the same of crosswords puzzles» (p. 117). Ma anche predisponendosi, il divertimento non c’è. Strappa un sorriso una frase, a proposito di un collega con cui è in giro per lavoro: «My companion has only a limited interest in crosswords» (p. 86) – facile identificarsi con il collega.
A meno che le numerose definizioni sciorinate durante il parto del terzo figlio, un brainstorming dato dallo stress, non vogliano essere un momento comico. Ma non credo che l’autore ne avesse l’intenzione.

Un libro complessivamente brutto e soprattutto inutile. Balfour è stato spesso in Italia e a quanto pare parla, bene o male, l’italiano. Ho il sospetto che si sia ispirato a un libro di Sebastiano Vassalli, Abitare il vento, in cui un terrorista non dei più esperti accompagna e filtra ciò che gli accade attraverso sciarade, anagrammi e rebus. Solo che il libro di Vassalli è divertente e forse il suo migliore, mentre il rifacimento – volontario o meno – di Balfour è una pizza.
Ho anche la sensazione che non ci sia solo Vassalli, ma che l’autore abbia copiato in più punti, per esempio quando vede schemi di cruciverba nelle silhouette dei palazzi, o in un certo modo macchinoso di costruire i periodi, che fanno venire in mente il Tristram Shandy di Sterne. Il che avrebbe senso, considerando la sua necessità di entrare a far parte di un nuovo mondo (Balfour sottolinea all’inizio di come quando era ragazzo, il Sudafrica fosse un paese molto isolato, tanto che le trasmissioni televisive incominciarono solo nella seconda metà degli anni Settanta).

Alcune trovate sono scadenti. Come quando tornando a casa lui e la ragazza scoprono che i ladri sono entrati in casa, rubando poche cose tra cui la carta di identità sudafricana, e Balfour ne approfitta per una riflessione sul fatto che probabilmente non ne chiederà una copia (mentre prima aveva detto che quel documento, assieme al passaporto britannico e alla raccolta di parole incrociate del «Guardian» erano tutti assieme l’affermazione della sua identità personale).

Anche per quello che riguarda la costruzione della sua identità inglese (II parte, «The Birth of An Englishman», pp. 76 ss.) Balfour lascia delusi. Anche pensando ai divertenti libri e film che indiani e pakistani hanno costruito sulla propria assimilazione e trasformazione da immigrati. Vero che sono culture diverse dall’africana, ma i problemi sono simili: non tanto quelli relativi al lavoro, ma la necessità per gli immigrati che si manifesta spesso nei paesi anglosassoni di fondersi, di diventare cittadini di quei paese a tutti gli effetti – per esempio nascondendo il proprio accento.

Libro da scartare, anche se mi vien voglia di scrivere alla girlfriend dell’autore e domandarle notizie su quell’annuale raduno di vichinghi di cui si parla a p. 109.

L’ultima parte del libro è un breve saggio sulla nascita e lo sviluppo del cruciverba.

Andrea Antonini
(25 ottobre 2002, per *?)
copyright © Andrea Antonini