Simon Worrall – The Poet and the Murderer

Simon Worrall
The Poet and the Murderer

L’occasione di questo libro è un manoscritto inedito di Emily Dickinson, saltato fuori all’improvviso e messo all’asta da Sotheby’s. Il nostro Worrall si mobilita per acquisirlo e ci riesce – ventunomila dollari sull’unghia, ottenuti grazie a una colletta d’entusiasti.
Ma il manoscritto sarà poi autentico? I dubbi si fanno via via sempre più forti, soprattutto perché alcuni anni prima dell’asta lo stesso pezzo era stato offerto in vendita da un tale Hofmann, noto falsificatore di documenti, specializzato nella creazione di preziose reliquie dei padri fondatori della religione mormone.
Indagini, ricerche scientifiche e delitto finale, con l’uccisione tramite bomba di due persone che avrebbero potuto individuare le falsità di Hofmann, o meglio: un omicidio andato a segno e uno che colpisce la persona sbagliata, la moglie dell’obiettivo.
Hofmann marcirà in prigione, orgoglioso della propria attività, ammirato per le sue capacità da migliaia in tutto il mondo.

Soppesando il manoscritto e confrontandolo con la trama si noterà che c’è sproporzione. Di fatto Worrall ha sprecato una magnifica occasione e del materiale ottimo. Anziché raccontare la storia intrigando il lettore si dilunga su tutto, e intendo proprio tutto: inizia a spiegare che la moglie l’ha lasciato e che il lavoro l’ha aiutato a ricominciare – ah, ma come mi manca l’odore della sua pelle e il suo sorriso, eccetera; poi di ogni faccenda sente il bisogno di riferire nei dettagli – di ogni cosa deve dire che cos’è, da dove proviene, che senso ha, il suo futuro, i parenti e affini: non gli basta dire che Hofmann spedisce una bomba, deve anche rendere noto che «Bomb experts call the area in which a bomb is lethal the “kill radius”» (p. 254) e che la vittima si trovava molto prossima a quella zona.
Troppa roba: la sola dissertazione sulla messa in vendita di beni o falsi o rubati da parte delle case d’aste sarebbe sufficiente a fare un libro di notevole interesse; messa così risulta indigesta. La falsifica­zione dei libri e dei manoscritti antichi è sempre un argomento intrigante – ma un bravo oratore direbbe: «di questo ne parleremo un’altra serata», non intratterrebbe il pubblico fino alle tre di notte.
I mormoni, che hanno sì parte nel racconto, ma non poi così rilevante, vengono tirati in lungo fino a odiarli e a odiare la loro città, Salt Lake City, che fino a ieri era il posto in cui finivano tutti gli aerei malandati della serie Airport.
E ovviamente la Dickinson, che poverina ha a che fare fino a un certo punto con la storia, ma che viene anche lei tirata e strattonata, assieme a Wordsworth e altri poeti alla moda.

Un’occasione perduta, appunto. Da tagliare c’è poco, il libro andrebbe riscritto da capo.

 

Andrea Antonini
(25 marzo 2002)
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