Steven Wise – Rattling the Cage

Steven Wise
Rattling the Cage
circa 870.000 battute

Abbiamo qui un esteso dibattito sui diritti degli animali, in particolare delle scimmie antropomorfe.
L’autore ripercorre la storia del pensiero sugli animali, dalla Grecia antica sino ai tempi recenti, rintracciando le origini della divisione tra animali e uomini e quelli che sono i primi segni di fragilità in questo muro: «For four thousand years, a thick and impenetrable legal wall has separated all human from all nonhuman animals. […] This book demands legal personhood for chimpanzees and bonobos» (p. 4). Insomma, gli animali sono ormai intrappolati in un universo anacronistico, che non ha più quelle caratteristiche che li hanno relegati ai gradini più bassi della creazione – non è più possibile oggi sostenere che le cose (animali compresi) sono state create per noi, perché noi, Everest dell’evoluzione, ne facessimo uso a nostro piacimento: «The heart of the curious and imaginary world of the Ancients that spurred its invention remains beating within the breasts of judges, animating the common law that regulates the modern relationships between human and nonhuman animals. Its intellectual founda­tions rotted away long ago» (p. 22). I neri fino a non molto tempo fa rientravano nella categoria degli utensili.
Non è più possibile seguire il pensiero tradizionale, sappiamo ormai troppe cose: «The idea that nonhuman animals are mindless was standard until about a hundred and fifty years ago. Darwin fired the first shots of the revolution. Any difference in mind, he said, was “certainly one of degree and not kind”» (p. 118). «Of the DNA that actually does something [escluso cioè il junk DNA, quello non effettivamente utilizzato], humans and chimpanzees share […] more than 99.5 percent. […] A mere fifty genes may control differences in our cognition […] We share almost identical DNA with chimpan­zees and bonobos for an excellent reason: Not long ago in evolutionary time […] we were the same creature» (p. 128).
Wise è in gamba e la sua ricerca appare ben fatta. Le sue esplorazioni della religione e della filosofia d’Occidente hanno talora il sapore del percorso studiato ad arte per evitare ostacoli, ma risultano sufficientemente oneste. Nulla viene lasciato intentato per portare giustizia, si vedano le interessanti sentenze americane a pp. 240-241.
Finalità principale di questo testo è dimostrare la necessità che ai primati vengano garantiti gli stessi diritti fondamentali riconosciuti all’uomo. Jane Goodall è ovviamente entusiasta: «Steve Wise is a law school professor. He is also an accomplished animal-rights legal scholar and one of the world’s most prominent animal-rights lawyers. […] In many ways this book can be seen as the animals’ Magna Carta, Declaration of Independence, and Universal Rights all in one. And it is timely. Twenty – even ten – years ago, Steve would have been out on a limb, ridiculed by his colleagues and largely ignored by the lay public» (Introduzione di Jane Goodall, pp. IX-X).
Dubito però che la signora Goodall si astenga dal mangiare gustose zuppe di tigre (o cosa diavolo mangiano dalle parti in cui abita), e che lo stesso Mr. Wise non si butti sulla fettina di manzo. Non abbiamo qui una Magna Charta, ma un onesto trattato sul perché ci si debba astenere dalle crudeltà sugli animali e in particolare sulle scimmie, che sono così simili a noi.
Come tale va considerato anche dal punto di vista commerciale. La lettura è amena, l’argom­ento di moda.
«[…] it should be obvious that the ancient Great Wall that has for so long divided humans form every other animal is biased, irrational, unfair, and unjust. It is time to knock it down» (p. 266): non so se un libro così possa davvero aiutare gli animali; in ogni caso potrebbe vendere benino. Da prendere in considerazione.


Andrea Antonini

(18 novembre 1999)