Tara Bahrampour – To See and See Again. A Life in Iran and America

Tara Bahrampour
To See and See Again. A Life in Iran and America
circa 873.000 battute

Un’autobiografia. Tara Bahrampour lascia l’Iran all’età di undici anni, seguendo i genitori – padre iraniano, madre americana – assieme alle sorelle e al cane. È il momento della rivoluzione komeinista e la situazione famigliare e professionale della famiglia consiglia caldamente la fuga. In America sono tempi duri, alla ricerca di un luogo in cui abitare e di un lavoro. Gli anni passano, e l’autrice li descrive con cura, i compagni di scuola, gli affetti, gli altri esuli iraniani. Ha anche ricordi limpidi della sua prima infanzia in Iran, le atmosfere, le conversazioni, i parenti, i rapporti sociali. Notizie storiche e aneddoti di costume si intrecciano con le vicende della famiglia.
Fino a metà del libro. La seconda metà è dedicata al viaggio di Tara in Iran, la necessità per lei di trovare un proprio luogo, necessità espressa da lunghi soggiorni all’estero, ma con poca soddisfazione. È la parte migliore del libro, con tutte le ovvie preoccupazioni di prima della partenza (e se non ti fanno più tornare?) e un reale crescendo di grane sin dall’arrivo con un passaporto americano e il bisogno di menzogne continue per sopravvivere in quel paranoico, xenofobo e sessuofobo paese. L’Iran che emerge dalle descrizioni è come inebetito, stordito dall’oppio, sicuramente sgradevole, per nulla accattivante; forse contro l’intenzione della Bahrampour, che si fa pienamente ammaliare e finisce con il trovare strani i ragazzi mano nella mano per le strade di Bruxelles. Ma non è questo un libello pro o contro l’Iran, è l’esperienza di una donna, e le sue elaborazioni contro la nostra più elementare sensibilità sono un elemento di ricchezza del testo.
Un libro discreto, interessante però per non più del quaranta per cento, e già molto avanti nella lettura. Nessuna emozione, qualche semplice batticuore nelle stanze della polizia dove l’autrice viene torchiata perché sorpresa a parlare con due stranieri. Un tono dimesso e la necessità di un intervento molto attivo del lettore per filtrare sostanza dal discorso. Retorica sul sentirsi iraniana in America e americana in Iran.
Un fastidio personale per la sottile e forse non voluta accondiscendenza nei confronti del potere religioso iraniano. (Di fronte alla violenza e al voluto arretramento culturale – da un punto di vista illuministico – e all’integralismo religioso la retorica circa le ‘differenze culturali’ mi lascia indifferente).
Un libro con pochissime potenzialità commerciali e che comunque da un punto di vista estetico non vale la pena di tradurre.

Andrea Antonini
(9 marzo 1999)
copyright © Andrea Antonini