Tashi Tsering – [Autobiografia]

Garzanti
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6 marzo

Ciao,

ti arriverà lunedì l’autobiografia di Tashi Tsering. Una scheda vera e propria in questo caso è un po’ angusta. Ti butto lì qualche elemento e ti raccomando di leggere senz’altro il libro.
Nato in un villaggio poverissimo, Tashi Tsering adolescente diventa danzatore della corte del dalai lama, praticamente sequestrato alla famiglia in cambio di ‘esenzioni fiscali’. Disperazione dei genitori, felicità per Tsering che vede in questa situazione la possibilità di imparare a leggere e scrivere, e successiva delusione: la famiglia che lo ospita lo tratta come uno schiavo. Tsering fugge più volte, ma viene sempre riacciuffato dall’ospite. Diventa il servitore sessuale di un monaco: il buddismo proibisce ai monaci rapporti con uso di orifizi, ma una qualche soluzione si trova sempre. Scappa e riscappa alla fin fine arriva in India, sempre con il desiderio di studiare, e poi ottiene grazie a un amico americano una borsa di studio per gli Stati Uniti. Il dalai lama gli chiede che ci va a fare in America e lui risponde che non sa bene, ma la sua azione sarà per il suo popolo. Dopo alcuni anni passati negli Stati Uniti annuncia di voler tornare in Tibet, convinto che la Cina (che lo aveva invaso) aiuterà il suo paese a progredire rapidamente dalle condizioni da Medioevo occidentale in cui si trova e che lui potrà fare la sua parte. No, no, non andare, dicono gli amici, ma lui va, convinto e ottimista.
Qui inizia la seconda parte, che è notevole. Notevole ahimè per le disgrazie di Tashi Tsering. I cinesi mica gli permettono di tornare in Tibet. Prima lo inviano a terminare gli studi in una lontana provincia cinese, dove fra una lezione e l’altra abbondano le riunioni politiche, e poi durante la rivoluzione culturale lo imprigionano senza processo – a suo carico il passato negli Stati Uniti e frasi in sé irrilevanti raccolte da spie qui e là. Sei anni di carcere e interrogatori e poi una quasi libertà senza venire scagionato, relegato a lavori manuali e lontano dalla moglie (ma si era anche sposato in America e prima della fuga aveva avuto un figlio da una tibetana), senza nessuna prospettiva di una vita dignitosa e utile per sé e per la sua gente.
Dopo Mao e il processo alla ‘banda dei quattro’ il governo cinese invita tutti coloro che ritengano di essere stati colpiti ingiustamente dalla rivoluzione culturale a presentare le proprie ragioni. Così fa Tsering, che di nascosto riesce ad arrivare a Pechino e a farsi ascoltare da funzionari statali. Il clima descritto è idilliaco, calma e fiducia nella giustizia. Una pubblica autocritica e pochi mesi dopo torna un uomo pienamente libero (come può esserlo in Cina), gli vengono corrisposti tutti gli stipendi degli anni di ingiusta prigionia e può finalmente iniziare il lavoro per cui era tornato in Tibet. Fonda una scuola serale di inglese sul modello di quelle americane per gli immigrati e inizia un dizionario inglese-tibetano-cinese ottenendo persino sovvenzioni pubbliche. La situazione in Tibet è effettivamente cambiata, c’è turismo e commercio con l’estero; l’inglese diventa uno strumento importante. Con l’inaspettato guadagno della scuola d’inglese chiede allo stato di poter contribuire alla costruzione di una scuola nel suo villaggio, dove ancora la gente rimane analfabeta.

La prima parte, è forse un po’ noiosa, per dire: lo stupore di Tsering di fronte ai grattacieli americani si poteva forse evitare. Pazienza, però può essere un problema commerciale. La seconda l’ho divorata. Abbiamo qui la vita di un ingenuo ottimista, sempre stupito per ciò che accade, un resoconto delle follie cinesi del 1968, un altro resoconto per certi tratti stupefacente del nuovo corso cinese, dico stupefacente perché a volte sembra che il sollievo per l’aver superato il passato renda troppo bella la realtà attuale. Abbiamo anche (vorrei dire finalmente) delle ombre sul dalai lama, che vista la situazione del Tibet fino al suo esilio non ne esce certo bene, anche se Tashi Tsering mostra verso di lui sempre estremo rispetto. E qui e là segnali su aspetti della cultura orientale molto significativi.
Non è un libro elegante, ben costruito, su misura. Pur essendo la sua autobiografia, Tsering rimane come un po’ in ombra. L’inglese è modesto. Però è ‘pieno di roba’, e ha un contenuto solido e (spero) autentico. La Prefazione è deliziosa, con i giocatori di Mah-Jong.
Questo è un racconto che può suscitare rabbia. Per il comportamento cinese, ma soprattutto per quella cultura tibetana apparentemente priva di un qualche vago senso storico, priva di indignazione, di consapevolezza, ovviamente nel senso che intendiamo noi. Chiaro, non possiamo paragonarci a loro, che vivono in un’altra era storica, ma neppure simpatizzare per un mondo dove la violenza più crudele è abituale, e tanto meno per un dalai lama che osannato in Occidente è comunque il principale rappresentante di quella violenza: o non sapeva che i suoi danzatori (e le loro famiglie) facevano una vita d’inferno?
Insomma, sono contento di averlo letto e non mi importa nulla che sia scritto così così.


Andrea

(22 dicembre 1997)